A due passi dal Pantheon, l’elefantino di piazza della Minerva perde ancora una zanna: vandalismo e misteri dietro uno dei simboli di Roma.

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A pochi passi dal Pantheon, in pieno centro storico a Roma, c’è uno dei monumenti più amati e fotografati della città: l’elefantino di Piazza della Minerva. Simbolo curioso per i turisti, emblema familiare per i romani, in questi giorni ha perso (ancora una volta) una delle sue zanne nell’ennesimo atto di vandalismo. Ma come mai quell’elefantino si trova proprio lì? Quale storia porta sulle sue spalle?

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Roma: l’elefantino di Piazza della Minerva danneggiato ancora una volta. La storia dietro il monumento

Andiamo con ordine e partiamo dal principio. Nei giorni scorsi la statua dell’elefantino di Piazza della Minerva è stata nuovamente danneggiata: una zanna della scultura è stata trovata spezzata e recuperata dai tecnici della Sovrintendenza, intervenuti insieme alla polizia locale dopo la segnalazione arrivata in serata.

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Le indagini sono ancora in corso e non viene esclusa alcuna ipotesi, dall’atto vandalico a un cedimento dovuto agli agenti atmosferici o a un urto accidentale. Non si tratta però di un episodio isolato: la stessa parte era già stata danneggiata e restaurata nel 2016, segno della fragilità di un monumento esposto quotidianamente al passaggio di migliaia di persone.

L’episodio non poteva che riaccendere il dibattito sulla tutela del patrimonio artistico urbano. Anche perché l’elefantino, non è soltanto una scultura decorativa, ma uno dei simboli più riconoscibili della piazza e dell’identità barocca romana.

La sua storia affonda le radici nel Seicento, quando papa Alessandro VII commissionò un monumento per sostenere l’obelisco egizio ritrovato nell’area dedicata anticamente alla dea Minerva. Il progetto fu affidato alla bottega di Gian Lorenzo Bernini e realizzato dall’allievo Ercole Ferrata: l’elefante doveva rappresentare la forza necessaria a sostenere la sapienza, come ricorda l’iscrizione alla base del monumento.

All’inizio la scultura fu criticata perché considerata tozza e poco elegante, tanto da essere soprannominata “Porcino della Minerva”, nome poi trasformato nel più affettuoso “Pulcino”. Secondo una celebre leggenda, Bernini avrebbe orientato il retro dell’animale verso il convento domenicano come ironica risposta alle critiche ricevute durante la progettazione.

Photo Credits: Shutterstock