A Roma Termini appare un manifesto che sul web viene additato come sessista: perchè? Ecco cosa ha fatto indignare coloro che l’hanno visto

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A Roma Termini un manifesto giudicato sessista scatena le ire del popolo del web. Nei vari post su Twitter vediamo due cartelloni appartenenti alla stessa campagna, giustapposti.

Nel primo, un uomo in giacca e cravatta, con accanto la frase “A Roma Termini ci passo per lavoro, mi fermo per pranzo.” Nel secondo abbiamo una donna e la scritta “A Roma Termini prendo il pranzo, poi corro a smaltirlo.”

La protesta si sta svolgendo principalmente su Twitter, appunto: sul social cinguettante, da ore gli utenti condividono e ricondividono scandalizzati la stessa foto dei due cartelli pubblicitari.

La faccenda è stata anche segnalata ad un profilo Twitter specializzato in questo genere di “incidenti”, se vogliamo chiamarli così, che aveva già denunciato il fatto mesi fa.

Così ci siamo addentrati nei vari post e seguendo il filo dei commenti abbiamo capito qualcosa in più su questa vicenda.

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A Termini il manifesto che scandalizza gli utenti su Twitter: “Sessista!”

Il manifesto incriminato pubblicizza un sito intitolato grandipiccolestorie.it, in cui sono raccontate le esperienze (non sappiamo se reali o immaginarie) di alcuni avventori della stazione.

Il sito appartiene a Grandi Stazioni Retail Srl, azienda nata nel 1998 con lo scopo di gestire e riqualificare le 14 maggiori stazioni italiane – fra le quali c’è anche Termini – con i 770 punti vendita in esse. 

Ciò che ha fatto indignare la maggior parte delle persone è la rappresentazione stereotipata dei due soggetti; su Twitter leggiamo:

Io, uomo, lavoro e faccio pranzi di lavoro. Io, donna, mangio e poi vado a smaltire il pranzo. Io uomo produco benessere e denaro. Qualsiasi il mio peso. Io donna penso ad essere in forma. Devo. Look, dress code, copy. Altro che metà del cielo, la metà di niente.

Scorrendo i commenti sembra che ogni utente abbia trovato qualcosa di diverso e disturbante in questa affissione, e così leggiamo: “Una grave istigazione alle condotte alimentari disfunzionali, come spesso accade”. 

Qualcuno afferma: “Io ci vedo un management (maschile) che ritiene necessario confermare lo status quo, anche e non solo per confermare il proprio modo di essere (e di fare carriera e famiglia…)”.

C’è chi è andato a leggere tutte le storie sul sito e avverte gli altri utenti: “Nel sito ci sono altre storie. Le donne sono 4 su 12. Il lavoro e lo studio sono citati “en passant”; shopping – moda o spesa – sono appannaggio solo esclusivamente loro.”

La pubblicità che fa indignare il web: cosa c’è sul sito?

In questo momento il sito di grandipiccolestorie #instazione non è accessibile; noi siamo riusciti ad entrare utilizzando la funzione “copia cache” su google e abbiamo verificato ciò che è stato denunciato dagli utenti su Twitter.

In effetti su 12 storie, 8 sono narrate da uomini e solo 4 da donne. Di queste, una è quella della ragazza nel cartellone diffuso sui social; poi abbiamo una donna in carriera, una viaggiatrice con la passione per il make-up e un’altra fashion addicted. Le storie sono state ben riassunte in un commento di “Occhio allo Spot” su Twitter:

Sul sito grandipiccolestorie.it ci sono 12 storie; solo 4 di donne. Una è quella nel cartellone. Poi:
1. Tra casa e lavoro, mille cose da fare.
2. Tempo che non basta. Lavoro, lista della spesa…
3. Maniaca dello shopping.
Niente casa, shopping o spesa nelle 8 storie mascule.