Caroline Pagani: “Viva l’arte dal vivo”

La pandemia planetaria sta mettendo in ginocchio, in particolare, il mondo dello spettacolo, ma la ‘regina’ dei testi ‘shakespeariani’ anche quest’anno è in corsa con […]
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Caroline Pagani:  “Viva l’arte dal vivo”

La pandemia planetaria sta mettendo in ginocchio, in particolare, il mondo dello spettacolo, ma la ‘regina’ dei testi ‘shakespeariani’ anche quest’anno è in corsa con un proprio spettacolo al prestigioso Festival internazionale di Danzica, che in passato l’ha già vista trionfare con ‘Hamletilia’

Caroline Pagani, una delle nostre migliori attrici e drammaturghe ‘shakespeariane’, anche quest’anno è stata invitata al Festival internazionale di Danzica. Una manifestazione in cui questa nostra poliedrica artista ha già vinto, in passato, il Premio della Giuria e il Premio del Pubblico con lo spettacolo ‘Hamletelia’. L’abbiamo incontrata per voi quasi quasi con un piede ‘fuori dalla porta’, in partenza per la Polonia.

Caroline Pagani, anche quest’anno un suo spettacolo, intitolato ‘Mobbing Dick’ da lei scritto, diretto e interpretato, è stato selezionato per partecipare allo ‘Szekspirowski Festival’ di Danzica: come affronterà questa nuova avventura?

“Per intanto, spero di poterla affrontare, vista la situazione pandemica che sta mettendo in ginocchio il mondo degli artisti. Nel caso, la affronterò in inglese, con sopratitoli in polacco. ‘Mobbing Dick’ è uno spettacolo ironico e graffiante, drammatico, ma anche molto comico. E’ una sorta di ‘specchio’ rivolto alla natura: uno spaccato su un certo mondo dello ’show business’. Richiama un poco ‘Venere in pelliccia’, di David Ives. Mostra un rapporto sadico e masochista, ma in chiave brillante. Peccato non poter recitare in polacco, anche se sono di madre polacca. Quando ero piccola, in casa si parlavano molte lingue: francese, inglese, ebraico, polacco. Credo che, per timore che diventassi ‘matta’, i miei genitori decisero di parlarmi soprattutto in italiano. E mi spiace praticare poco, oggi, l’ebraico: una lingua bellissima. La Polonia e Israele sono Paesi molto interessanti e vivi, culturalmente. Anche dal punto di vista teatrale”.

Cosa contraddistingue il suo lavoro e i suoi spettacoli?

“Al centro del mio lavoro c’è una drammaturgia forte e la centralità dell’attore. Testo, parole, interpretazione: un ‘divertissement’ che faccia anche pensare. Buona parte dei miei testi s’ispirano ai classici – William Shakespeare soprattutto – poiché sono specializzata in drammaturgia ‘shakespeariana’, ma con una scrittura e uno stile innovativo, che li attraversa, li scava, li apre. In questo modo, tutti possono trarne godimento, tanto un pubblico ‘colto’ – che magari avendo più strumenti ‘gode’ di più – ma anche quello neofita, che s’incuriosisce e si appassiona”.

 

Che cos’è per lei il teatro?

“E’ quello ‘specchio’ che ti mostra luci e ombre del reale e del sogno; quel luogo che ti dà la possibilità di studiare e di stare in comunicazione con un mondo ‘altro’ e ‘alto’; quella dimensione in cui puoi scorgere la tua luce come la tua ombra, anche per vedere e mostrare la nostra ‘parte-ombra’, la nostra mediocrità. Credo si vada a teatro anche per questo: per conoscersi e riconoscersi. Distaccandoci da noi stessi si vede meglio, si osserva, si possono avere delle epifanie”.

Che luogo è per lei il palcoscenico?

“Il palcoscenico è, per me – come credo per molti che praticano questo mestiere – un luogo magico, in cui vivere altre vite e in cui tutto può accadere. Una sorta di vortice che può avvolgerti come un utero materno e gettarti in un abisso, scaraventarti nell’Oceano… Entrare in scena, ogni volta, è una sfida: un attimo prima di entrare in quel ‘buco nero’, si può essere assaliti dal terrore. E’ sì eccitante e meraviglioso, ma anche faticoso stare in scena, soprattutto da soli. Poi, però, accade qualcosa: magiche alchimie fra te e il pubblico; te e i ‘demoni’ dei personaggi da cui ti fai abitare, possedere; la possibilità di dimenticare te stesso, perché in scena il tempo si ferma. Sul palcoscenico si vive anche più che nella vita… E’ un luogo in cui le cose accadono, non si rappresentano, ma si mostrano, si svelano e si rivelano. E in questi tempi di pandemia si è rivelato essere uno dei luoghi più sicuri”.

 A proposito: come ha vissuto il ‘confinamento’? L’ha cambiata? Cosa le è mancato di più?

“L’ho vissuto cercando un’utopica serenità per  progettare, scrivere, tradurre. Ma anche preoccupandomi e angosciandomi per il futuro. Gli artisti, quelli più indipendenti soprattutto, rischiano la desertificazione e l’inabissamento della propria arte. Sinceramente, non penso che la ‘quarantena’ mi abbia cambiata o insegnato chissà cosa: ho sempre pensato che siamo tutti connessi e che, se tratti male la natura, essa si ribelli, come una matrigna. Semmai, provo rabbia o rimpianto per non aver osato e, quindi, vissuto qualcosa, per ogni spreco di vita. Forse, sono diventata ancor più selettiva nelle amicizie: non tollero più quelle ‘finte’. La ‘cattività’ ti fa rimpiangere anche solo qualche ora di felicità mancata. E il tempo che abbiamo a nostra disposizione è poco: da un giorno all’altro, le nostre vite possono essere travolte, immobilizzate… Avrei preferito un nemico visibile, persino una terza guerra mondiale, perché questo tipo di ‘invasore’, invisibile e subdolo in quanto molto ‘infettivo’, cerca di soffocare quanto abbiamo di più vitale e prezioso: le relazioni, l’affettività. E il nostro settore, che già era mal messo, alla fine è il più agonizzante. Inoltre, trovo che dopo la cattività della clausura, molti si siano chiusi e incattiviti ancor di più. Personalmente, mi preme realizzare alcuni desideri, soprattutto artistici: vivere come se domani potessimo scomparire. Con il Covid 19, la consapevolezza più tangibile è stata quella di aver compreso quanto sia meglio accumulare rimorsi, piuttosto che rimpianti. Mi è mancato soprattutto il poter andare in scena, ballare e programmare; la possibilità di fare progetti e di distribuire i miei spettacoli, in Italia e all’estero; la vita sociale e il contatto fisico, la fisicità, gli abbracci, il tocco, i baci di amici e non; gli amici in carne e ossa che sono famiglia, la ‘vera’ famiglia, perché è quella che si sceglie, quella in cui non c’è tradimento, in cui si viene amati senza condizioni, gratis, solo per amore dell’amore”.

La crisi indotta dalla pandemia ha messo in ginocchio il mondo culturale e artistico del teatro: cosa ne pensa della proposta del ministro dei Beni culturali di aprire una piattaforma di spettacoli on line?

“Penso che sarebbe come chiedere a un elettricista o a un idraulico di sistemare un corto circuito o un tubo da remoto, on line. Recitare è un’arte sensuale, carnale, sinestesica. Non esiste senza contatto, senza rapporto: è ‘live’. Il teatro può entrare nella realtà digitale, a patto che non sia da questa sostituito. Ma non chiamiamolo ‘teatro’, per favore: ‘on line’ sarebbe più interessante e utile fare dei format che mostrino i retroscena e il processo creativo dello spettacolo dal vivo, del teatro di prosa, della lirica o della danza. Tutto quello che c’è dietro la costruzione di uno spettacolo, dalla progettazione alla realizzazione, dal concepimento alla gestazione, fino alla fase che precede l’andata in scena. Mostrare il teatro in tutti i suoi aspetti, dalla scelta dei testi alle letture, anche a tavolino; dagli stralci delle prove agli allenamenti degli artisti, fino ai ‘bozzetti’ di scene e costumi. Molti non sanno cosa ci sia dietro agli ingranaggi di uno spettacolo teatrale e come ci si arrivi. E tanti non conoscono la complessità, la qualità e la natura artigianale di questo mestiere, in cui sono coinvolte molte maestranze e competenze come la drammaturgia, la traduzione, la regia, la scenografia, i costumi, la coreografia, la musica, le luci, il suono. E’ pericolosa l’idea che una piattaforma, oltre a svilire la qualità intrinsecamente artigianale di questo mestiere, possa sostituire lo spettacolo dal vivo, Ciò per vari motivi: a) il rischio letale che lo ‘spettacolo on line’ finisca per sostituire definitivamente, in futuro, quello dal vivo, causando la chiusura di molti teatri; b) lo svilimento dello studio e del lavoro di chi lo spettacolo dal vivo se lo è faticosamente sudato, guadagnato, con dedizione e sacrificio, lottando ogni giorno per riconquistarlo; c) che molti pensino a sostituire con la tecnologia la mancanza di idee, di ‘techné’, di competenze e talenti, poiché lo sviluppo tecnologico può essere al servizio, può anche convivere, ma non  deve sostituire l’evento teatrale: l’arte non è ‘entertainment’; d) c’è poi il rischio, incestuoso, che siano sempre e solo le stesse persone a farlo, senza ricambio di sangue. In ‘Teatreide’, un testo scritto insieme a Filippo Bruschi che è una sorta di viaggio nelle varie epoche del teatro, dall’antichità alla contemporaneità, si prefigura questo possibile tragico destino: un teatro ‘asettico’ come una sala operatoria; l’ordinare uno spettacolo on line come fosse cibo a domicilio, senza andare in quel luogo magico chiamato teatro. Tutto questo diverrebbe la ‘morte’ del teatro. Ai tempi di Shakespeare, i teatri vennero chiusi per due anni a causa della peste. Ma il teatro non morirà mai. E gli esseri umani hanno bisogno di sentire storie di condivisione, di relazionarsi, perché il teatro è anche comunità”.

 

Chi frequenta, attualmente, nel mondo della cultura? E’ innamorata? Si sposa?

“Purtroppo, ho il vizio di frequentare le persone in maniera disinteressata: non sono brava a riconoscere o a sfruttare opportunità. Credo di poter ringraziare solo me stessa: ho un animo puro, ma sempre innamorato della vita, del mio lavoro, del creare. Poi, ci si può ‘innamorare’ (non sempre) degli artisti con cui capita di collaborare: la realizzazione di idee e il furore creativo creano una complicità che, per me, è persino più importante dell’amore. Non ci tengo a sposarmi, ma mai dire mai… Ho bisogno di vivere per scrivere. E se dovessi sacrificare me stessa, il mio tempo, la mia libertà, allora preferirei farlo in maniera creativa, con qualcuno con cui convivano, o si sposino, vita e arte”.

 

Le foto utilizzate nel presente servizio sono di Barbara Ledda