Kyrahm: “La body performance è uno strumento per comunicare”

Intervista a un’artista molto nota nel panorama dell’avanguardia artistica internazionale, conosciuta per la sua arte estrema tra live, video-arte e cinema sperimentale: un’autrice di opere […]
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Kyrahm: “La body performance è uno strumento per comunicare”

Intervista a un’artista molto nota nel panorama dell’avanguardia artistica internazionale, conosciuta per la sua arte estrema tra live, video-arte e cinema sperimentale: un’autrice di opere spesso sconvolgenti

Un percorso artistico tutto in ascesa, che sfida qualsiasi forma di pregiudizio, puntando a sensibilizzare per smuovere coscienze e anime, senza mai lasciare indifferenti: è il lavoro della giovane artista italiana Kyrahm, una figura eclettica già nota nel panorama dell’avanguardia artistica internazionale, conosciuta per la sua arte estrema tra live e performance art, video-arte e cinema sperimentale, autrice di opere spesso sconvolgenti. Dalla body performance al video, sono numerosi i racconti, così come le opere, che portano la sua firma.  Nel 2008 fonda il movimento artistico-performativo ‘Human Installations’ e avvia il sodalizio professionale con la regista e performance artist, Julia Pietrangeli. Ogni performance diviene un progetto di videoarte che prende parte a rassegne, festival ed esposizioni in Europa, America Latina e Stati Uniti.  Nello stesso periodo incontra l’artista americano Ron Athey, al quale dedica ‘Sacrifice’: una performance estrema sul rapporto tra body art e iconografia cristiana. Nel corso degli anni si è occupata di opere che affrontano tematiche sociali, come carcere, migrazioni, omofobia, lotta alle mafie. Il suo lavoro si basa su una ricerca continua ed è, a sua volta, oggetto di studio presso scuole d’arte, Accademie e Università, in Italia e all’estero. Ha ottenuto premi e riconoscimenti (premio Arte Laguna di Venezia nel 2009; miglior video nella sezione ‘Comizi d’amore’ al Festival del Cinema Arcipelago nel 2015; ha collaborato alla sceneggiatura di un documentario finalista al premio ‘Globo d’Oro’ nel 2019), diventando nel corso degli anni uno dei punti di riferimento della live art italiana, al punto da essere spesso citata e/o coinvolta in progetti da esponenti della cultura mainstream che attingono dalla sua ricerca. Anche se la body performance in Italia fatica a essere compresa, Kyrahm prosegue con coraggio nel suo lavoro creativo e non scende a compromesso alcuno (https://vimeo.com/288936512). L’8 gennaio scorso ha presentato a Roma, presso il Teatro Tordinona, in via degli Acquasparta 16 in pieno centro storico, la nuova performance ‘Human Installation XXIII: Graal’. Nel corso di questa esibizione, persone di diversi Paesi e culture hanno effettuato un prelievo di sangue in un rituale antico. L’intenzione è quella di portarlo in una riserva indiana in Arizona, affinchè  sia  nutrimento per la coltivazione di un fiore nelle Terre dei nativi – spazi ‘concessi’ loro nonostante dovrebbero viverci di diritto – al fine di scavare fino alle radici delle origini del razzismo. La raccolta del sangue è parte di un processo de de-significazione dei simboli del predominio occidentale, dove il versare sangue in un terreno non è sinonimo di guerra, ma un atto d’amore. Poi, alle ore 23.00 (ora italiana), gli spettatori hanno assistito a un abbraccio tra persone i cui territori sono in situazioni di conflitto. La stessa cosa è avvenuta, in contemporanea, a Londra, in Germania, Olanda e Messico.

Kyrahm, come e perché hai iniziato a creare e, poi, a sconvolgere?

“Ci sono condizioni che non puoi scegliere, ma che sono l’unica strada possibile. Ho una formazione artistico-accademica e poi universitaria, dove ho approfondito studi di sociologia e antropologia. Ma è attraverso la performance art che colloco la mia identità artistica, dove ho avuto modo di collaborare e/o presentare il mio lavoro con alcuni degli artisti migliori del mondo. L’intenzione è sempre stata quella di stimolare il pensiero critico nelle persone, non di sconvolgere. Questo avviene perché nella performance art, in particolare nella live art e nella body art estrema, tutto ciò che avviene è reale: non c’è interpretazione. Nella performance art, un artista sanguina davvero e non ricorre a effetti speciali; se parlo di migrazione, il racconto lo faccio narrare dai migranti; se affronto la tematica del carcere è impensabile non confrontarsi con veri detenuti. Per la performance ‘Dentro/Fuori’ sono stata in una cella di isolamento per due giorni: ci si mette a nudo con l’anima e con il corpo. Per esempio, nella performance ‘Obsolescenza del genere’, uomini e donne cis e transessuali mostrano con orgoglio i segni del loro percorso di transizione. In ‘Ecce (H)omo, Guerrieri’, si parla senza filtri del tema di sessualità e disabilità, spesso relegata. Ho iniziato a dedicarmi alla performance dopo l’incontro con Mimmo Pesce, artista molto attivo in questo ambito negli anni ’70 del secolo scorso. Con Julius Kaiser abbiamo cofondato il progetto ‘Human Installations’, che oggi sta per compiere 20 anni”.

Cosa ti dà la body performance dal punto di vista emozionale e creativo?

“È una forma d’arte totalizzante, che mi ha salvato la vita. Spero di restituire al pubblico emozioni molto forti, che lascino il segno. Del resto, se dopo aver visto un’azione artistica la tua vita continua a essere quella di prima, allora non hai assistito ad una performance”.

Hai avuto difficoltà nel far passare in Italia certi contenuti particolarmente audaci? E se sì, perché, a tuo avviso?

“Sia in Italia, sia all’estero, il mio lavoro è in realtà oggetto di studio presso Accademie e Università. La resistenza l’ho incontrata, più che altro, per alcuni contenuti nel mondo della televisione mainstream, spesso più vicina all’intrattenimento che al mondo della cultura. È una difficoltà che non incontra solo la performance art, ma il mondo della ricerca culturale in generale, il teatro, il cinema sperimentale e l’arte contemporanea. Ma poi, è lo stesso mainstream, che attinge dalla nostra sperimentazione con riappropriazioni edulcorate”.

Come è nata l’idea di ‘Human Installation XXIII: Graal’?

“Era diverso tempo che volevo concretizzare con un’azione dal vivo il detto del capo Sioux, Luther: “La mia mano non è del colore della tua, ma se mi pungo uscirà sangue e sentirò dolore. Il mio sangue è dello stesso colore del tuo”. Sono stata in Arizona, nel 2009. E avevo visto la contaminazione occidentale in alcuni luoghi di culto dei nativi, che tenevano in mano un rosario: l’arrivo dell’uomo bianco è stato devastante. Intendo scavare nel terreno dove affondano le origini del razzismo, non dimenticando la schiavitù subita dagli afroamericani, fino alle situazioni di conflitto attuali, che sono centinaia: non ci sono solo le guerre mostrate dai media”.

Come si svolge la performance e quanti artisti coinvolge?

“Ho coinvolto artisti della scena underground europea che effettuano performance molto estreme, come Ale Kola da Berlino, Antares Misandria e i Bloody Cirkus, ma anche persone comuni, originarie da diverse parti del mondo, che partecipano al rituale del prelievo di sangue. Ha aderito all’iniziativa anche la curatrice, Francesca Perti. È stato tutto molto emozionante, in quanto atto d’amore collettivo. Ha preso parte al progetto anche l’artista Marco Fioramanti, fondatore della rivista ‘NightItalia’, contraltare europeo del progetto di Anton Perich, tra i fotografi della ‘Factory’ di Andy Warhol. Il soprano Giulia Nardinocchi ha accompagnato le azioni e non sono mancati riferimenti alla danza africana e alla musica sperimentale. Alla regista, Julia Pietrangeli, è stata affidata la documentazione. A presentare il tutto è stata la storica dell’arte dell’Università di Pescara, Sibilla Panerai. Ci sono stati momenti estremamente drammatici, ma anche di delicata poesia”.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

“Andare in Arizona per coltivare con i nativi questo fiore nelle loro terre. Il lavoro diventerà un documentario: un pezzo d’arte che viaggerà in giro per il mondo. Un altro progetto sarà quello di continuare la documentazione, con Julia Pietrangeli e Mariaelena Masetti Zannini, di ‘Memento Vivere’: un’opera che terminerà tra 20 anni, dove genitori e figli simulano un addio. Tra due decenni effettueremo le riprese con chi sarà rimasto, tirando le somme del patto e delle promesse fatte. Per questo progetto stanno aderendo genitori e figli da ogni parte d’Italia”.

Intervista di Vittorio Lussana

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