Intervista a Maria Amata Garito: “Il sapere del futuro siamo noi”

Secondo il Magnifico Rettore dell’Universita Telematica Internazionale UNINETTUNO “nessuna professione può fare oggi a meno delle nuove competenze digitali, che […]

Secondo il Magnifico Rettore dell’Universita Telematica Internazionale UNINETTUNO “nessuna professione può fare oggi a meno delle nuove competenze digitali, che rispondono alle esigenze di un mercato del lavoro del XXI secolo, in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso”

Dai Big Data’ alla Cybersecurity, dalle Neuroscienze alla Cyberpsycology: questi i nuovi indirizzi dei corsi di laurea e master per l’anno accademico 2019/2020 dell’Università Telematica Internazionale Uninettuno. Un Ateneo enormemente cresciuto di prestigio, grazie soprattutto all’utilizzo delle nuove tecnologie e dei risultati delle ricerche psico-pedagogiche che ne sono collegate. Nuovi strumenti su cui il Rettore, Maria Amata Garito, ha lavorato duramente, giorno dopo giorno, al fine di costruire un modello di didattica a distanza d’eccellenza, riconosciuto dalla Comunità Scientifica Internazionale. Un’innovazione metodologica che risponde alle esigenze di una società dinamica, attraverso un’erogazione di contenuti formativi e accademici creati grazie al contributo di ricercatori, studiosi e docenti provenienti dalle migliori università italiane ed estere. Oltre a ciò, l’Universita Telematica Uninettuno ha saputo costruire un modello psico-pedagogico che permette agli studenti di accedere nel cyberspazio didattico, dove possono studiare senza più limiti di spazio e di tempo. In questi ambienti di apprendimento, si possono trovare lezioni digitalizzate per argomenti collegate a libri, articoli, esercizi interattivi, bibliografie e sitografie, mentre i docenti seguono costantemente i loro processi di apprendimento tramite forum e classi interattive. Abbiamo dunque incontrato la professoressa Maria Amata Garito per capire se il modello d’insegnamento e di apprendimento creato dalla sua univerisità possa essere utile anche per rinnovere i metodi di studio degli atenei tradizionali.

Professoressa Garìto, innanzitutto vorremmo chiederle lumi in merito alle materie trattate dall’Ateneo di cui lei è Rettore, che sono spesso, per noi giornalisti, vere e proprie ‘notizie’ di approfondimento in quanto territori ancora inesplorati, come le neuroscienze, i ‘Big Data’, la cybersecurity, la cyberpsicology: perché ha scelto degli indirizzi formativi così avanzati?

“Perché si tratta di materie ormai maturate dal punto di vista scientifico. Inoltre, non sono molte le università che hanno indirizzi che preparano a queste nuove tipologie di competenze. La nostra università ha potuto ‘assettare’ (creare nuovi asset, ndr) su quelli che sono i nuovi mercati del lavoro non solo a livello globale, ma anche a livello nazionale. Tutti, ormai, sentiamo parlare di società digitale, d’ingegneria informatica, di ‘Big Data’ e di industria 4.0: sono materie che toccano direttamente competenze che non sono più del futuro, ma del presente. Tuttavia, esse ancora mancano come materie di studio, non soltanto in Italia, ma in moltissimi altri Paesi. Naturalmente, si tratta di competenze legate all’innovazione tecnologica e alla società digitale. Siccome l’evoluzione della società digitale è avvenuta in pochissimo tempo, anche la creazione di competenze in questi settori risulta più difficile. Per noi, come modello di univesità, mettere insieme docenti che vengono da varie parti del mondo, che hanno già una loro esperienza e che possono vantare pubblicazioni scientifiche in queste materie, è stato più semplice: siamo un Ateneo più flessibile, da questo punto di vista, rispetto alle università tradizionali. Nel valutare i curricula, per esempio. E nell’individuare docenti che creino contenuti con competenze reali. Docenti che possono anche provenire dal mondo del lavoro, dove è più semplice trovare alcune conoscenze così specifiche”.

Il modello didattico e formativo di Uninettuno è stato riconosciuto dalla Comunità Scientifica Internazionale: la sua affermazione può essere un modo per modernizzare anche gli altri atenei italiani?

“Noi abbiamo una storia, alle spalle, molto importante, da sottolineare. Uninettuno non è nata da poco ed è stata la prima vera università ‘a distanza’ italiana. Essa è nata nel 1992 e io, allora, ero solamente il direttore generale di questo modello, composto da un consorzio di 41 università pubbliche italiane. Quella degli anni ’90 è stata un’esperienza molto importante, perché proprio il fatto di lavorare con le università tradizionali ci ha permesso di fare ricerca e di individuare non soltanto nuovi modelli psicopedagogici, ma anche tecnologie mature, che possono fornire nuovi servizi al cittadino. Quindi, il nostro percorso iniziale è stato molto utile. Oggi, infatti, nel mondo in molti parlano di questa formula dei consorzi tra università: l’unione fa la forza. E la rete non è solamente quella tecnologica, ma anche quella formata da persone, da intelligenze, da Atenei che possono arricchire tutti quanti con contenuti di grande livello. Una formula che noi, anche dopo la nascita dell’Università Telematica Internazionale Uninettuno, abbiamo comunque continuato a portare avanti. Tutto ciò ha permesso di essere percepiti come un grande esempio di qualità”.

Non pensa che anche il mondo universitario italiano dovrebbe muoversi con maggiore coraggio sulla frontiera della formazione a distanza, o telematica che dir si voglia?

“E’ sbagliato confondere le due cose. Io dico che, in generale, la cosa migliore è l’offerta delle varie realtà universitarie che esistono, variando anche le tipologie dell’offerta medesima. L’università tradizionale deve pensare da ateneo tradizionale, perché è giusto farlo. Invece, come ormai tutti ci insegnano, sono mutati gli strumenti con cui si comunica il sapere. Quindi, anche le università tradizionali dovrebbero adottare metodi pedagogici e nuove tecnologie che cambiano i modelli di comunicazione della conoscenza e del sapere. E affermo ciò proprio per riuscire a essere più adeguati a quelli che sono i bisogni e i linguaggi con cui oggi i giovani lavorano, giocano o si divertono nell’approfondire un argomento qualsiasi. Tuttavia, in tutto questo non dobbiamo neanche perdere quello che è il valore dell’università tradizionale, cioè quello dell’interazione umana, che è sempre molto importante per formare le persone. Io non sono tra coloro che vorrebbero passare al sistema a distanza radicalmente: sono modelli diversi, che possono e, anzi, debbono convivere. Con l’università a distanza, noi conserviamo alcuni modelli tipici che appartengono alle università tradizionali, come le video-lezioni, oppure organizzando delle vere e proprio ‘lezioni magistrali’, in cui esperti e professori comunicano un sapere, ma forniscono anche un metodo d’interpretazione del manuale di studio. La cosa importante è quella di arricchire l’offerta di conoscenza. Come abbiamo fatto anche noi, attraverso la creazione di ‘poli tecnologici’ interni all’università, che aiutano a interpretare le tecnologie in maniera corretta. Un’integrazione, insomma, tra distanza e presenza, che può rivelarsi molto utile per tutti”.

La serietà dei vostri corsi di laurea è data, prima di tutto, da docenti di eccellenza, oltre che dalla qualità dell’e-learning: ci racconta come avvengono lo studio e le verifiche di apprendimento con questi nuovi metodi di insegnamento su internet?

“Il modello che abbiamo creato nello spazio didattico di Uninettuno si basa moltissimo su quelle che sono le valutazioni ‘in itinere’ dei nostri studenti. Grazie all’uso della tecnologia, noi siamo in grado di sapere in ogni momento e in ogni istante cosa fa il nostro studente nei nostri ambienti di apprendimento: quanto studia, come studia, se segue di più le video-lezioni, se invece s’impegna di più sui libri, se fa pochi esercizi. Ovviamente, non è soltanto un problema quantitativo, ma anche qualitativo, perché gli esercizi vengono corretti dai docenti e c’è un sistema che ci consente di verificare, sia la valutazione che fa il docente sugli esercizi e sulle attività che svolge lo studente, sia l’autovalutazoone dello studente stesso. Questo mix di valutazioni è molto importante, perché ci consente di capire quali siano le difficoltà che lo studente incontra durante il suo percorso, ma anche se le attività d’insegnamento del docente non sono state svolte come dovevano. Si tratta di metodologie interessanti, che avvicinano molto lo studente al sistema che noi proponiamo, poiché ci dà modo di fornirgli indicazioni preziose per aiutarlo a correggere gli errori che ha commesso, assistendolo individualmente. Può sembrare un paradosso, ma le nuove tecnologie aiutano a personalizzare il più possibile l’intervento correttivo sullo studente. Addirittura, abbiamo degli ‘esperti-mentor’ che quando vedono che lo studente non si valuta molto o che il tutor lo valuti assai più di quanto lui stesso non si consideri, lo richiamano cercando di capire insieme a lui da cosa derivi questa sua mancanza di autostima, che non ha un’incidenza soltanto all’università, ma può averlo anche quando si affronta il mondo del lavoro e la società. Quindi, ci stiamo prendendo anche cura di quelle che possono essere le problematiche più generali di uno studente. Cosa che diviene più difficile in strutture dove le aule sono stracolme di studenti”.

Quest’anno, alla conferenza ‘Innovation Arabia 12’ di Dubai nel corso della istituzione del primo consorzio globale per la qualità dell’educazione universitaria online e a distanza, di cui Uninettuno è tra i fondatori, lei ha lanciato un appello contro la ‘fake formazione’ su internet: a suo avviso, l’Università come può proteggere i cittadini e gli studenti dai rischi del web?

“Questo è un vero problema della società contemporanea. Tutti parlano della ‘fake informazione’ o delle ‘fake news’, ma pochi sono al corrente di come i cittadini di tutto il mondo vengono lasciati soli di fronte a questo fenomeno. Siamo consapevoli dell’esistenza di migliaia e migliaia di corsi di formazione: basta andare su internet e cercare un corso di formazione su qualsiasi argomento o settore e ti arrivano, come risultato, altrettante migliaia di proposte. Tuttavia, in molti casi non si capisce chi ha creato i contenuti di quei corsi: non c’è trasparenza. E non c’è alcuna attenzione intorno ai problemi relativi alla formazione, sia da parte delle istituzioni, sia da parte dei cittadini stessi. Siamo, invece, bombardati da siti che vendono corsi di formazione a cui la gente da fiducia, senza alcuna garanzia di qualità e con discutibile apprendimento e, comunque, rilasciano un titolo. In sostanza, la formazione è diventata un business. E cosa ancora più grave, attraverso i titoli rilasciati si entra nel mondo del lavoro senza possedere la preparazione necessaria. Nel nostro spazio didattico, chiunque inserisca un contenuto formativo ha un nome, un cognome, un indirizzo, un curriculum pubblicato. E lo abbiamo voluto fare proprio per indirizzare veramente lo studente. Tuttavia, queste forme di trasparenza non sono rischieste dalla società. E io vorrei lottare contro queste distorsioni, perché è importantissimo che, almeno singolarmente, ogni Paese non dico possa eliminare la quantità di questi corsi di formazione on line, perché questo è impossibile, ma ogni Paese del mondo potrebbe per lo meno selezionarli, obbligandoli a rispettare alcuni requisiti, come quello di trasparenza, verifica e controllo dei contenuti di chi fa la formazione. Anche perché non stiamo parlando di una formazione ‘piatta’ o rudimentale, ma di vera e propria ‘non formazione’. Gli ultimi dati relativi agli esami di maturità ci dimostrano le difficoltà che, ormai, la gente incontra nel descrivere un argomento, nell’approfondirlo, nell’utilizzo stesso della logica. E tutto questo avviene perché non si è mai approfondito quali sono i ‘danni’ della rete per tutto ciò che riguarda i processi cognitivi delle persone”.

Rinnovarsi o perire: è questa la parola d’ordine per il mondo dell’istruzione e, più in generale, dell’apprendimento culturale?

“Rinnovarsi nei linguaggi non significa far morire tutto ciò che ha portato avanti la cultura nel mondo. Si possono inserire nuovi linguaggi, attraverso i quali comunicare il sapere. E si può fare anche innovando le metodologie, senza tuttavia gettare via ciò che ci ha reso grandi nel mondo. Io vorrei continuare a recarmi in un’università tradizionale, dove c’è un grande scienziato che sta lì da anni a fare ricerca, che mi parla dei suoi studi e godere di questo. Ciò lo posso fare anche con nuovi metodi e nuovi linguaggi, rendendo la conoscenza più democratica. Ma di certo, non si muore se si rimane tradizionali. La cultura può senz’altro arricchirsi di nuove forme senza distruggere il passato o segmentare l’apprendimento, che è un ulteriore grave problema nel mondo dell’insegnamento. In ogni caso, innovazione e tradizione possono camminare di pari passo e non debbono essere opposte l’una all’altra. Si può innovare nella continuità”.

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