Giorgieness e ‘La Giusta Distanza’ tra la rabbia e la consapevolezza: ‘In questo album 4 anni di me’

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Giorgieness e 'La Giusta Distanza' tra la rabbia e la consapevolezza: 'In questo album 4 anni di me'. Lo attendevamo con ansia e finalmente l’album […]
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Giorgieness e 'La Giusta Distanza' tra la rabbia e la consapevolezza: 'In questo album 4 anni di me'.

Lo attendevamo con ansia e finalmente l’album di Giorgieness, il progetto ‘musicale’ guidato da Giorgie D’Eraclea – attualmente 'sostenuta' da Davide Lasala (Chitarre e pianoforti), Andrea De Poi (Basso) e Lou Capozzi (Batteria) – ha visto la luce. Il titolo del disco è La Giusta Distanza, quasi un invito a vedere sempre dolori, amori e affanni nella giusta prospettiva. Giorgie, che abbiamo intervistato qualche giorno fa, ne sa qualcosa di prospettive temporali e angolazioni, sia perché ognuno alla fine porta con sé le proprie cicatrici affettive, sia perché l’esordio discografico arriva dopo tanta gavetta e tre singoli carichi di entusiasmo, che hanno dimostrato tutta la potenza autorale – e lo spirito rock – di questa nuova leva del cantautorato italiano, che speriamo di ascoltare ancora a lungo.

Ciao Giorgie, ma quindi questa giusta distanza esiste?
Secondo me è quella che devi mettere tra il momento in cui ti accade qualcosa – quindi vivi emozioni fortissime di disperazione o felicità – e il momento in cui ci ripensi e guardandoti indietro pensi “Ok, ero solo un po’ felice” o “Era solo una brutta giornata”.

Hai ragione, ma non è difficilissmo acquisire questo equilibrio?
È difficilissimo, forse ci sono riuscita negli ultimi due pezzi del disco. Anzi, negli ultimi tre.

E se dovessimo considerare invece l’album nel suo complesso, come lo riassumeresti?
Sono 4 anni di me, diciamo dai 19 ai 23 anni. Sembra poco tempo, ma in realtà è un lasso enorme, perché sono anni in cui si cambia tantissimo. C’è una rabbia iniziale, tipica di quell’età, che però diventa pian piano consapevolezza, un rendersi conto che esiste appunto la ‘giusta distanza’. All’inizio urlo, ci sono molte chitarre, mentre verso la fine diventa tutto più ponderato, nei pezzi non urlo, anche se la dinamica magari cresce. Diciamo che questo album rappresenta un po’ il mio percorso, anche perché dentro ci sono alcuni brani dell’EP, tranne uno che ho lasciato fuori perché non mi rappresentava più. L’ho sostituito con l’unica traccia un po’ allegra del disco, Io torno a casa. No, in realtà è un pezzo tristissmo (ride, ndr), però sembra un pezzo allegro.

E qual è il pezzo più allegro dell’album?
Forse l’ultimo, Dare Fastidio. È il più liberatorio. In effetti, Io torno a casa è ancora pieno di rancore, mentre Dare Fastidio contiene più rassegnazione. È come se dicessi “Non credo più in questa cosa”, senza essere incazzata però, te lo dico col cuore.

In questo album quindi c’è la tua evoluzione artistica, ma anche umana…
Più umana che artistica! A livello musicale il disco è molto compatto. Per quanto ci siano dentro sia pezzi vecchi che pezzi nuovi, avendo avuto una produzione artistica fatta bene, non penso che risulti monotono. Almeno io, quando me lo ascolto non skippo niente. Forse salto Non Ballerò, ma perché abbiamo fatto anche il video ed è stata una giornata lunghissima (ride, ndr).

Be’, ora questa giornata me la racconti però…
Allora, c’ero io a piedi nudi in questo posto terribile e abbiamo sentito questa canzone per tutto il giorno, dalle 16 del pomeriggio fino alle 3 di notte. È stato estenuante. Il video è venuto bene e siamo tutti contenti, ma da lì non abbiamo più ascoltato quella canzone. Stacco il cervello anche quando la faccio live (ride, ndr).

Ok, è un trauma. Come mai allora l’hai scelta come singolo?
Non ballerò è il secondo singolo dopo K2, ma è il primo video. So che sembra che chissà che mega-struttura stiamo creando per il video di K2, ma noi in realtà stiamo lavorando tutti come possiamo a questo progetto, quindi non abbiamo avuto i mezzi per realizzarlo. Abbiamo girato qualcosa, ma non ci convinceva, per cui abbiamo deciso di non rilasciarlo.

 

Quindi è stata quasi una casualità che sia uscito prima il video di Non Ballerò?
Sì, e ci dispiace molto che K2 non abbia il suo video. Secondo me lo meritava più di Non Ballerò. Non Ballerò è una ballata, cammina un po’ da sola, mentre K2 poteva essere un bel pugno nello stomaco da subito, però è andata così.

E poi arriva Come se non ci fosse un domani, il terzo singolo..
Sono contentissima che Come se non ci fosse un domani sia stato il terzo singolo, perché riesce a unire i primi due singoli. È un po’ meno violento di K2, ma non è una ballata. Mi chiedono a volte come mai io abbia fatto un brano così ‘anni ‘90’ e io rispondo sempre che sono stati gli anni ’90 a scegliere me. Nel senso che io ad un certo punto mi sono resa conto che stavo facendo una canzone molto anni ’90. Questa inconsapevolezza un po’ mi ha salvato, mi ha aiutato ad essere meno derivativa.

Anche il video è molto anni ’90…
Fa molto Garbage! E pensa che io i Garbage li ho scoperti da poco, conoscevo Why do you love me?, sapevo chi erano, ma li ascolto solo da qualche anno. Li ho trovati molto di ispirazione.

Ok, quindi abbiamo K2, Non ballerò e Come se non ci fosse un domani. Come li collochi in questi 4 anni di te di cui mi parlavi prima?
K2 è del 2013. Quando è uscito l’EP e lo portavamo in giro, c’era già K2 in una versione un po’ diversa. La linea vocale era la stessa, ma musicalmente cambiava qualcosa. Le altre due canzoni sono in fila: Non Ballerò è del 2014 e Come se non ci fosse un domani l’ho scritta qualche mesetto dopo. Ero ancora con il mio vecchio trio, quindi parliamo di un po’ di tempo fa. Sono tre pezzi legati, un po’ tutto il disco lo è, perché parlano della stessa storia vissuta in momenti diversi. K2 è rabbia pura e delusione fresca, Non Ballerò è già più riflessiva e Come se non ci fosse un domani inizia ad essere più introspettiva, non nel senso che parlo di me in relazione con il mondo, ma sempre in riferimento a questa persona. Che devo farci?

Non preoccuparti, ci siamo passati tutti.
Io poi sono tenace. Me le trascino eh…

Addirittura?
Il mio primo amore risale al primo giorno delle superiori. Ho visto questo ragazzo che sembrava Sid Vicious e ho pensato subito che fosse l’uomo della mia vita. Gli dedicavo canzoni e mi sono trascinata questo amore impossibile fino alla quinta superiore.

Sai che gli amori impossibili sono un po’ così?
Eh, ora aspetto il prossimo (ride, ndr).

 

Torniamo ai tre singoli. Dici che sono collegati, io invece li sento musicalmente molto differenti. È un complimento, vuol dire che sei riuscita a rappresentarti molto bene con tre canzoni. Ne eri consapevole?
Un po’ sì, la scelta è stata ponderata. Come se non ci fosse un domani ora mi ha un po’ stancata, ma era il pezzo a cui tenevo di più e non vedevo l’ora che uscisse. Sì, a livello sonoro sono tre brani diversi, ma se io ora mi rimettessi a scrivere questo disco dall’inizio, verrebbe fuori completamente differente. Mi aiuta molto anche avere questa band-non band, che artisticamente mi fa crescere nella direzione che voglio. Mi sento molto libera e mi piace, perché non voglio rimanere legata a un genere. Preferisco avere un’identità musicale mia. Magari il prossimo album sarà più elettronico, più rock o più metal…

Sì, tu lavori un po’ così, hai un modus operandi che ti favorisce. I testi però li scrivi tutti tu.
Sì, i testi li scrivo tutti io e anche le melodie di base. La mano di Davide (Lasala, ndr) c’è, si sente e ne sono anche contenta. Però ho seguito tutti i passaggi prima di tutto per imparare, perché comunque è il mio primo disco e chiedevo qualunque cosa, anche per quale motivo avessero messo i cavi in un determinato modo. Voglio sapere cosa sto facendo anche perché sono una donna, quindi più cose so, più sono preparata e più ho la vita facile. È difficile essere una donna in questo ambiente, forse lo è un po’ in tutti gli ambienti…

Concordo.
Pensa che mia madre fa il poliziotto e dice la stessa cosa. Quindi sì, ho cercato di imparare più cose possibili per questo motivo e perché a casa voglio realizzare provini sempre più dettagliati. Io non conosco bene la teoria musicale, per cui fatico a spiegare poi alla band come voglio che siano i pezzi. Se io riuscissi a dare subito alle canzoni il suono che vorrei, sarebbe più semplice. Dare Fastidio ad esempio somiglia molto al provino che avevo portato ai ragazzi, poi ci abbiamo messo gli strumenti veri e abbiamo sistemato le armonie, ma sono molto fiera di quel pezzo proprio perché è molto simile a come l’ho scritto.

Come hai vissuto la nomina di MTV, che ti ha eletta Artista del mese?
Sai che non ho la tv? La odio e mi mette tristezza. Se c’è un programma che mi piace me lo vedo online. Ultimamente ad esempio mi sono intrippata con Franca Leosini. Però se penso al resto mi sembra tutto fintissimo, tipo quelle feste in famiglia che stanno finendo e c’è lo zio ubriaco che racconta le barzellette sconce. Ecco, il disagio. Quindi cerco di non guardarla. Ovviamente però ero felicissima che ci fosse il mio video su MTV (ride, ndr). Sono nata nel 1991 e MTV resta il canale grazie a cui ho scoperto Avril Lavigne, Eminem, Beyoncé. Per me è stato fighissimo.

Ce l’hai fatta a vederti almeno una volta in tv?
Una volta! Eravamo in tour, in albergo per la precisione, e ho detto ‘Dai ragazzi, accendiamo la tv, vediamo se riesco a beccarmi’. E mi sono beccata! Avevo dietro la giacchetta e mi sono fatta anche la foto.

Cosa ha detto tua mamma?
Ultimamente fatichiamo tantissimo a vederci. È venuta alla data di Incisa in Valdarno che ovviamente è saltata.

 

Ah, sì! Pioveva, vero?
Pioveva fortissimo ed era la prima volta che mi annullavano una data. È stato tristissimo.

La recupererai?
Sì, l’anno prossimo. Si spera di tornare in Toscana però, perché mia mamma ci tiene. Era venuta insieme a mia zia e indossava anche la maglietta. È bello che mi sostenga. Ecco, forse la televisione, le interviste sui giornali le vivo bene, perché riesco a spiegare a mia mamma cosa faccio e a dare dignità a ciò che sto realizzando, non solo nel mio mondo – in cui una dignità ce l’ho già – ma anche nel mondo delle altre persone che continuano a chiedermi cosa faccio nella vita. Non perché me la tiro, sia chiaro, ma perché mi dà una misura e mi contestualizza. Io ho investito davvero tutto nella musica, non sto facendo altro in questo momento, ho lasciato l’università e non ho un piano b, perché penso che se inizi a creartelo la tua testa ti sta dicendo che in qualche modo potrebbe andare male. E io non voglio pensarlo.

E in generale i live come stanno andando? So che tu ami tantissimo suonare dal vivo.
Io non so come si possa pensare di fare il musicista senza voler suonare. Noi stessi, nel nostro ‘minuscolo’, cerchiamo di aiutare le band che incontriamo e che ci sembrano valide. Ti chiedono sempre se ci sono band emergenti che ti piacciono oppure i locali che ti conoscono ti chiedono di mandare band. È importantissimo sostenere gli altri e devo ammettere che noi siamo stati sempre sostenuti, anche da band emergenti come noi. Fatta questa premessa, il live sta andando benissimo e sono super felice. È stato facile finora perché siamo stati al Nord. Ora scenderemo a Roma e poi andremo in Campania.

A Roma suoni a Le Mura?
Sì, e a proposito di quello che ti stavo dicendo, abbiamo conosciuto questa band, i Mary in June, con cui ci siamo trovati e abbiamo passato una bella serata a Padova, dove eravamo per un Festival. Il giorno dopo hanno chiamato loro il locale proponendoci per quella serata e così è andata. Il momento più bello dei live comunque è quando la gente canta le tue canzoni. Io non mi ci abituo mai, non me ne capacito, quando lo vedo quasi non ci credo, mi dà tantissima carica. Penso che nel live siamo cresciuti tantisismo, mi sento molto sicura delle persone che ho intorno. Il concerto è chiaramente molto incentrato su di me, però so che loro ci sono, c’è una bella sintonia sul palco. Non che prima non ci fosse, ma forse ora c’è più tecnica, suoniamo anche meglio. Quindi è tutto un dare e ricevere con il pubblico. Ricorderò sempre questa ragazza in Santeria a Milano, in occasione della prima data: i suoi amici avevano comprato il cd e lei mi ha guardato e mi ha detto: "Io non ho soldi, ma posso abbracciarti?".

Bello, no?
Sì, e poi sono riuscita a vedere nel pubblico persone di vari mondi che mi appartengono, dai parenti agli amici. È bello vederli tutti insieme nello stesso contesto. Spero che continui ad essere sempre così. Anche perché quando davanti a te vedi tutto pieno, sai che stai facendo un bel concerto. Fermo restando che siamo pur sempre i signori nessuno, devo dire che la scelta dei club e dei locali in cui stiamo suonando ci valorizza molto.

Comunque andare in giro, suonare live ti ha aiutato tantissimo a farti conoscere…
È vero e comunque è gavetta. La confidenza col palco, con lo strumento, la prendi solo suonando. Un po’ di tempo fa mi hanno chiesto come facessi a sentirmi a mio agio e io, ripensandoci, ho realizzato che sono 9 anni che suono. Il primo concerto in un pub l’ho fatto a 15 anni, ovviamente mi vergognavo tantissimo, anche dei complimenti.

Quando hai suonato per la prima volta davanti a qualcuno?
Era ad un’Assemblea d’istituto, forse per la Giornata della Memoria. Io suonavo Zombies dei Cranberries, mentre una mia amica leggeva una poesia. Il giorno dopo mi hanno fatto un sacco di complimenti e io mi vergognavo tantissimo. In realtà mi vergogno ancora oggi, anzi sono anche migliorata e spesso vado persino al banchetto (ride, ndr).

E i social?
Ti danno soddisfazione secondo me e in più impari a conoscere chi ti segue. La gente adesso ha proprio bisogno e voglia di poterti parlare. Se pensi che ora puoi parlare con Madonna, capisci che più riesci a darti al pubblico e meglio è.

Stai scrivendo altro?
Ma sì, un po’! È che non riesco a scrivere con la chitarra in questo periodo e quindi sto un po’ sperimentando. Non sto ascoltando tanta musica perché non ce la faccio, magari ascolto una singola canzone. L’ultimo album che ho ascoltato per intero è stato quello di Cosmo, che mi è piaciuto tantissimo, tanto che mi sono tatuata anche una sua frase. Un altro disco bellissimo è quello di Motta. Quest’anno ne stanno uscendo tanti belli, anche di donne.

È positivo?
Un po’ ghettizzante, no? È bello che se ne parli per far vedere che c’è una scena, però non mi piace che si crei sempre la categoria delle ‘donne nella musica’. Anche perché io e le altre ragazze facciamo tutte cose diverse, penso a Marianne Mirage. Che devo dirti? L’importante è che se ne parli.

E tornando alla scrittura?
Ah sì, sto scrivendo tanta prosa. Per non parlare delle solite cose. Voglio fare un disco non d’amore.

Ce la farai?
No, assolutamente. Non il prossimo almeno. Però magari sarà più Giorgiecentrico, più ‘Giorgie guarda le cose’ e meno ‘Giorgie le subisce’.

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