‘È inutile parlare d’amore’ di Paolo Benvegnù esce in digitale il 12 gennaio: la nostra intervista al cantautore.

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Dolo l’EP Solo Fiori, il 12 gennaio esce in digitale (e il 19 gennaio in versione CD e vinile) È inutile parlare d’amore, il nuovo album di inediti di Paolo Benvegnù che conterrà due speciali collaborazioni con Brunori Sas nel brano L’oceano e Neri Marcorè in 27/12. Due progetti collegati in realtà, quantomeno nella mente del cantautore che si interroga da un po’ su temi come il senso della vita e dell’amore, inteso come relazione con l’altro. «Per me – ci dice – quell’EP era uno scrigno di racconti legati a un romanzo di formazione, che è questo disco. Pensa quanto sono suonato! Detto questo, non è utile parlare d’amore. Quale utilità dà parlare d’amore? Provo a pensare alla relazione tra due esseri umani che si dicono Ti amo. L’altro risponde, ma una volta fatto questo ci siamo detti tutto».

Solo Fiori però arrivava alla conclusione che l’amore fosse l’unico vero atto rivoluzionario ormai rimastoci. Se parlare d’amore è inutile, chiediamo quindi a Benvegnù quale sia l’utilità del sentimento. «Il titolo per certi versi è un’affermazione – ci risponde – ma quanto è assolutamente importante per gli uomini fare cose inutili e sentirsi inutili in un mondo in cui tutto deve essere utile? Con È inutile parlare d’amore confermo quanto detto nell’EP: l’amore è una delle poche libertà che ci rimangono. Siamo costretti a lavorare sull’irrazionale perché l’amore è intercettare il mistero dell’altro, altrimenti stai solo mettendo il tuo essere nell’altro essere. E il possesso, sì, è una cosa inutile. Amare è semplicemente dimenticare se stessi, ammesso e non concesso che qualcuno si risolva. Se dimentichi te stesso, togli l’Io dalla relazione con l’altro che diventa legata a un Noi. Auspico che accada per tutta l’umanità».

Paolo Benvegnù: amore e libertà

Una verità relativa ma condivisibile: quanto, per Paolo Benvegnù, è legata all’epoca in cui viviamo e quanto semplicemente a una sopraggiunta maturità? «Siamo nel contesto del mondo. – replica il cantautore – Per me è stato importante avere uno sguardo sul mondo. Non posso farne a meno perché lo vivo. È chiaro che la presunzione di questo lavoro sta nel parlare di vicende legate al piccolissimo per espandersi quantomeno alla società e all’universale degli uomini, che è sempre molto parziale. È un tentativo, può riuscire o non riuscire ma non mi interessa. Volevo avere questo tipo di presunzione, volevo presumere. Alcune risposte me le sono date, altre sono in formazione, altre ancora lo dirà il tempo se hanno senso».

È innegabile che È inutile parlare d’amore prenda spunto dal momento storico, che Benvegnù paragona a «un cinodromo in cui non scommettiamo su noi stessi».

«È un corto circuito. – aggiunge – Mi viene da pensare che siamo coinvolti da desideri fittizi che sottendono a un desiderio preciso: chi sono? Qual è il mio posto nel mondo? È meglio stare in alto o in basso? Tutti vogliono viaggiare in prima, diceva qualcuno. E, all’interno di questa coercizione del pensiero, cosa ci rimane per essere un pensiero vivo e diverso, per sentire la libertà di avere il proprio senso? La relazione, l’amore. L’amore ti costringe a non essere pragmatico. Il racconto di due amanti sta nelle sfumature, non esiste un bilancio del do ut des. Ho l’impressione che più avanti si andrà e meno si avrà la possibilità di sentirsi liberi e non osservati. L’amore invece ti costringe anche al mistero e penso che dovremmo muoverci su quella linea».

L’elogio degli ultimi

C’è anche un elogio agli ultimi in questo lavoro, che emerge in brani come Canzoni Brutte, in cui «un personaggio fa una cosa tendendo non più alla purezza ma all’artefazione». «Quel brano – dice Benvegnù – mi serviva per la narrazione. Alle Olimpiadi c’è chi arriva diciannovesimo: dà soddisfazione superare i propri limiti, ma anche tendere verso il proprio limite dovrebbe dare soddisfazione. Viviamo nella definizione degli esseri umani tra vincenti e perdenti grazie agli americani, che ringraziamo sempre. Ma ha un senso relativo, perché gli esseri umani meravigliosi che ho conosciuto sono tutte persone che non hanno bisogno di farsi vedere. Bastano a sé, non sanno la loro destinazione ma sentono che devono fare così. La differenza tra chi fa gli stadi e chi fa le pulizie è una grande cazzata. E siamo nel momento storico in cui le cazzate vincono».

In Marlene Dietrich, invece, torna il tema dell’universo femminile. «Penso che bisogna partire a volte nel concepire le idee anche dalla semplicità e dal riconoscere cose che spesso non ricordiamo. – spiega Paolo Benvegnù – Non è miracoloso che il femminile abbia attinenza con la luna per poter dare vita? Non è miracoloso? Cerchiamo sempre i supereroi, ma non è questo già un superpotere? È incredibile come gli esseri umani rispettino più le maree del femminile. Il mio desiderio è che tutto si muova attraverso questa legge legata al femminile: non per procrastinare la specie, ma chi dà vita ha un potere indicibile ed è per questo che i maschi sono spaventatissimi. Se si riparte da lì, da una visione circolare e universale e quindi dal femminile, saremmo tutti molto più felici e soprattutto riusciremo ad entrare più in armonia con le cose».

Un’idea che – se pensiamo alle donne citate nel brano, da Greta Garbo a Tamara de Lempicka – si ricollega anche al concetto di disciplina. «Se ci pensi, è molto poco deduttivo ciò che fanno e non è un discorso neanche legato alle competizione. – dice il cantautore – Erano aliene dell’epoca e avevano una disciplina fortissima. La Dietrich era figlia di un generale prussiano e non ha potuto fare nulla per anni. La sua è anche una storia di disciplina. Niente come il femminile è così legato alla disciplina delle cose. Posso dire che se ho un rimpianto come essere umano è di non essere una donna?».

Le collaborazioni

Più nel tecnico, chiediamo a Benvegnù come siano nate le due collaborazioni dell’album. «Dario ha ascoltato L’Oceano e si è sentito appartenente alla narrazione. Anche Neri era incuriosito dal brano, quindi lo hanno scelto loro. Un’altra cosa che unisce questi due doni è la generosità: entrambi sono persone estremamente impegnate e hanno trovato il tempo per voltarsi indietro e darci una mano. Non succede mai. Li unisce anche questa caratura sentimentale, perché hanno abbracciato un’idea. In più è successo che forse davvero dovevamo proporre qualcosa che desse loro modo di entrare nella narrazione e siamo riusciti a farlo». L’album – anche se paragonato a un romanzo di formazione – contiene tantissime suggestioni cinematografiche. Arriverà qualcosa anche in quel senso?

«Ogni volta che ho la fortuna insieme ai miei compagni di fare un disco, ho una narrazione in testa. Spesso viene aiutata anche dalle loro suggestioni. – risponde Benvegnù – In questo caso però avevo questa idea da sempre ed è uscita adesso. Quando i brani sono sgocciolati, mi è sembrato tutto molto chiaro. Mi piacerebbe tanto che questa narrazione finisse in altri lidi: in un romanzo o un cortometraggio, ma sono sicuro che non succederà. Chi dice però che l’immaginazione deve finire lì? Penso che a volte gli appuntamenti mancati siano importanti quanto quelli riusciti. Per me questo anno e mezzo è un periodo di cui avrò memoria come del momento in cui ho scritto una sceneggiatura. In realtà è una colonna sonora. Sto pensando a una post-fazione che almeno da un punto di vista liquido possa avere vita tra qualche mese».

È inutile parlare d’amore è un disco denso, ricco, che fa riflettere. Una profondità che va quasi in controtendenza in tempi così frenetici: il prezzo da pagare è forse la solitudine di chi non si adegua. «È vero – concorda Paolo Benvegnù – l’ho sperimentato e lo sperimento da 25 anni. Bisogna capire il senso della parola prezzo, perché secondo me questa solitudine è legata a un ricercatore. Chi cerca un’intuizione su un mondo predefinito, la cerca nello sviluppo per dare un’informazione a chi viene dopo. Quale gusto ci sarebbe se la risposta la sapessero già in 30 milioni? E che tipo di profondità? Se parliamo di massa va benissimo cercare poco. Chi studia, invece, perché dovrebbe sentirsi svilito? Io sono molto orgoglioso del fatto che siamo pochi e le ricerche diventano qualcosa su cui definirsi. È bellissimo». 

Foto di Mauro Talamonti