Nella stanza di Naska c’è ordine e caos: il nuovo album – ‘La mia stanza’, appunto – è libero da ogni regola. La nostra intervista.

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Si intitola La mia stanza (Thamsanqa/The Orchard) il nuovo album di Naska, anticipato dai singoli Cattiva e A testa in giù. Dopo i fasti e il successo di Rebel – il disco di debutto – l’artista rivelazione del punk italiano torna con dieci tracce che ne confermano il talento e l’estro. «Il processo creativo non è cambiato rispetto al primo album. – ci dice Naska – Vado in studio con una certa routine. Ce l’ho da quando lavoravo in ufficio e ora uso questa routine per andare in studio a fare musica. Poi lì è tutto più creativo. La parte creativa non è cambiata. In alcune tracce sono forse più maturo, in altre c’è il Diego cazzone di Rebel. È il Diego senza routine, quello del sabato e della domenica».

Di fatto, l’album può essere suddiviso in due parti: la stanza più ordinata e quella incasinata, dove nascondiamo i panni sporchi. «Il concept non lo scelgo mai all’inizio, altrimenti poi sembra un compito a casa. – ci dice l’artista – Scrivo di solito 7-8 tracce e, dopo, penso all’immaginario del disco. Qui mi son detto che ero in camera mia e volevo qualcosa che mi rappresentasse. Pensandoci, cosa c’è di meglio della mia stanza che è lo specchio di me stesso?». Nella cover c’è – non a caso – un Naska senza veli. Sullo sfondo una parete e poster iconici. «I quadri dietro sono gli stessi che ci sono qui. – ci racconta – Per ogni traccia ho scelto un poster e, nella copertina, noterai che ci sono io photoshoppato. Ma è veramente la mia stanza».

Naska e i brani de La mia stanza

Partendo dal presupposto che – per Naska – «ogni traccia deve essere come un singolo», Diego ha quindi costruito la sua tracklist. «Volevo tante tracce, diverse l’una dell’altra. – ci spiega – Mi piace poi l’effetto da montagna russa. Passo da Non me ne frega un cazzo a a Nessuno, un pezzo quasi grunge».

«Sono tutte personali, racconto la mia roba. – dice Naska – Forse Wando è quella più personale perché è dedicata a mio padre. Non è un caso che sia alla fine, perché in Rebel l’ultima traccia è dedicata a mia sorella (Rebel, ndr). Voglio sempre che si ascolti tutto il disco e che alla fine ti arrivi la mazzata».

Le ispirazioni, del resto, son sempre le stesse. «Quelli che vedi nei poster – dice l’artista – sono i gruppi base che mi hanno ispirato. Li ascolto da quando ero piccolo, solo ogni tanto aggiungo nella mia playlist qualche canzone nuova. Ma i Sum 41 e i Blink-182 sono il mio mood perenne». Ma quanto spirito di sacrificio serve per generare un album così punk? «All’inizio era più complicato – ci risponde Naska – perché mi stavo buttando in un mercato comandato dalla musica trap e da altri temi affrontati nelle canzoni. So meglio io e so più figo io… a me non me ne è mai fregato un cazzo. Non mi ci ritrovo in quelle tematiche. Ho messo chitarre e batteria e ho detto Mo ci provo. Alla fine ci provo da sei anni, però piano piano ho visto che le persone, grazie a artisti come Travis Barker, Yungblud e Machine Gun Kelly hanno iniziato ad apprezzare. Io stavo già lì a battere il ferro e mi sono accodato».

Del resto, Naska ci appare abbastanza indifferente alle etichette. «A me veramente non me ne frega un cazzo delle mode. Faccio il mio e, secondo me, se uno fa il suo e ci crede più degli altri alla fine porta la persone a crederci».