Da ‘Blue Giant’ al film presentato a Milano, passando per il successo di ‘Gaku’: la nostra intervista a Shinichi Ishizuka e Number 8.

loading

Alla Milano Games Week & Cartoomics c’è la folla ad accogliere il sensei Shinichi Ishizuka, autore della saga a tema jazz Blue Giant e di quella – più alpina – Gaku (qui la nostra recensione). Entrambe le serie sono attualmente pubblicate in Italia da J-POP Manga, ma per Ishizuka il viaggio a Milano è stato ancora più significativo. Nell’ambito del Fantasticon Film Fest, si è infatti tenuta l’anteprima italiana del film d’animazione Blue Giant, tratto dal manga e diretto da Yuzuru Tachikawa. Insieme a Shinichi Ishizuka, a presentare la pellicola d’animazione, non poteva mancare Number 8, co-autore di Blue Giant Supreme (che ha debuttato proprio a Cartoomics), nonché sceneggiatore della pellicola tratta dal manga.

Incontriamo entrambi in una grande stanza semi-nascosta nell’Auditorium dove si sta tenendo la proiezione di Blue Giant. Hanno da poco salutato il pubblico italiano in sala e appaiono soddisfatti, felicissimi.

Con Blue Giant si esplora il mondo del jazz. Nasce da una particolare passione?
Shinichi Ishizuka: «L’idea di fare un manga sul jazz c’è sempre stata nella mia testa. Blue Giant nasce quindi in primo luogo da questa idea. Appena conclusa la mia opera precedente, ho iniziato a pensare a una storia sul jazz».

Se penso al jazz, credo che sia difficilissimo disegnarlo perché è spesso virtuosismo senza parole. Una sfida complicatissima: come ci si riesce?
Ishizuka: «È stato complicato e una bella sfida poter rappresentare il virtuosismo e anche tutti i suoi movimenti. Abbiamo fatto uno studio, una ricerca su come rappresentarli. Io poi, ad esempio, ho aggiunto linee o altro, cercando di rappresentare i movimenti fisici del musicista. Ma è stato difficile. Così come scrivere la storia. Volevo parlare della musica, ma anche del dramma tra le persone. È stato ugualmente complicato».

E in questo cosa cambia tra manga e film d’animazione?
Number 8: «Nel manga i lettori devono immaginarsi il suono e la musica. Nel film c’è già e non c’è bisogno di usare l’immaginazione, ma c’è più pressione perché dovevamo riuscire a convincere su questo aspetto i lettori che avevano già immaginato la musica leggendo il manga».

In Blue Giant Supreme c’è una citazione, Il sax è lo strumento più bello del mondo. Siete d’accordo?
Ishizuka: «Quando si tratta di creare opere è importante decidere le basi, avere un pensiero unico. Sicuramente entrambi abbiamo idee diverse in proposito, ma abbiamo deciso che il sassofono fosse lo strumento più bello al mondo. Ci dobbiamo credere e dobbiamo essere convinti di questa idea per poter creare una buona opera».

Quindi come nascono Piano Man e il personaggio di Yukinori?
Number 8: «Yukinori è un personaggio molto sensibile, anche se spesso i pianisti sono musicisti molto vanitosi. Volevo focalizzarmi su questo contrasto molto vivo nel personaggio». 

Il jazz, più di altri generi, è anche storia di vita perché spesso prevede un rapporto quasi di dipendenza tra il musicista e il suo strumento: quanto era importante far sì che la crescita umana del protagonista andasse di pari passo con quella musicale?
Number 8: «Secondo me, oltre alla tecnica, ci vuole altro per poter emozionare il pubblico. Nella storia sono descritti entrambi gli aspetti, quindi la crescita personale e la crescita tecnica di Dai Miyamoto vanno di pari passo. Vorrei però che Dai riuscisse a emozionare il pubblico più per la sua crescita personale».

Ma avreste mai pensato che al giorno d’oggi una storia sul jazz potesse essere così popolare?
Ishizuka: «Sapevamo benissimo che sarebbe stata una sfida, anche molto difficile. Ci eravamo tuttavia imposti e abbiamo deciso che sarebbe andata bene, perché altrimenti non avremmo potuto iniziare. Andrà bene, è stata la nostra decisione».
Number 8: «Io avevo deciso anche un’altra cosa: che Gaku aveva avuto successo e che Blue Giant avrebbe avuto ancora più successo».

Avete imparato anche voi qualcosa da questa storia e da questi personaggi?
Number 8: «Sicuramente! Ho iniziato a studiare jazz anche io, perché mi avrebbe regalato qualche informazione in più sul genere. Poi, con l’andare avanti della storia e con i personaggi che aumentavano e si comportavamo in un certo modo, ho scoperto anche la loro ricchezza». 
Ishizuka: «Blue Giant è una storia molto seria che parla di vita. Anche Dai è molto serio. Io non lo sono e, lavorando, ho pensato di dovermi sforzare a diventare così. Sinceramente, mi viene subito l’istinto di fuggire dalla scrivania».

E cosa pensate di eventi come la Milan Games Week & Cartoomics, che celebrano in parte la cultura manga anche qui in Europa?
Ishizuka: «Sono molto stupito da come veniamo accolti. Sono contento di questa accoglienza così calorosa, a braccia aperte. Ho visto che alcuni fan addirittura si sono fatti un tatuaggio, è incredibile!».
Number 8: «Non mi aspettavo così tanta gente e non pensavo che così tante persone si mettessero in coda per una firma. Sono molto contento».

Del resto, Dai Miyamoto esplora il mondo. Perché è così importante che viaggi in altri paesi?
Ishizuka: «Desidero scrivere, o mi sento in dovere di farlo, il protagonista Dai mentre viene influenzato da altre persone. Blue Giant è una storia sulle esperienze di Dai. E più ampia è l’ambientazione, meglio è! Quindi la conoscenza, i rapporti e le relazioni con gli altri personaggi sono molto importanti. Per questo è fondamentale che giri il mondo».
Number 8: «Il jazz non ha le parole. Viene compreso da tutti perché non ha un linguaggio. Poi, certo, cambia in base all’influenze ma è importante focalizzarsi anche su questo aspetto. A Milano, ad esempio, c’è il design: non serve la lingua, viene apprezzato per ciò che è».
Ishizuka: «Lo shock culturale dei diversi linguaggi, in effetti, non deve essere sottovalutato».

Vedremo mai Dai Miyamoto a Milano?
Number 8: «Mi piace molto Milano e mi piacerebbe ambientare qui un capitolo di Blue Giant. Magari facendolo suonare in Galleria o davanti al Duomo».
Ishizuka: «I lettori sono molto contenti quando vedono il personaggio in un posto che conoscono. Vorrei portare Dai in tutte le parti del mondo».

Lo aspettiamo a Milano, allora. Anche in Gaku, un po’ come in Blue Giant, il protagonista dedica la sua vita a una passione unica e trascinante. C’è qualche parallelismo tra le due opere, almeno in questo aspetto?
Ishizuka: «Non decido mai a priori di scrivere un certo tipo di personaggi. Sicuramente però sono attratto da personaggi allegri e forti. Anche Number 8 mi chiede personaggi con queste caratteristiche».
Number 8: «Sia la montagna che il jazz, prima che uscissero le opere, erano attività di nicchia. A noi piacerebbe poter presentare queste nicchie tramite personaggi allegri e forti».

In Gaku c’è il protagonista Sanpo, ma c’è anche Kumi che accompagna un po’ il viaggio del lettore. Lei scopre la montagna insieme a chi legge.
Ishizuka: «Parlare di un unico personaggio che pensa solo alla montagna in maniera esagerata non è molto interessante. Ho voluto creare Kumi: ha sempre vissuto in pianura, ma piano piano scopre la montagna. Per esempio Number 8 ama alla follia l’espresso, dice sempre che se viene in Italia deve berlo. A me non piace tanto ma, a forza di sentire Number 8, mi sono interessato anche io. Ecco, con l’espresso io sono come Kumi».

Anche io, grazie a lei ho scoperto la montagna.
Number 8: «Per me lo stesso, solo che ci ho provato una volta insieme al Sensei, ma niente. Non fa per me».

Meglio il jazz?
Number 8: «Sì, meglio il jazz! Non ti stanchi ed è sicuro, non rischi la vita».

La montagna però è appagante.
Ishizuka: «È vero, a me piace molto».

A proposito della sceneggiatura del film d’animazione: qual è stato il processo di creazione e qual è stata la sfida più stimolante?
Number 8: «Innanzi tutto, è stato difficile riassumere il tutto in due ore, che è la durata del film. Il punto forte è che l’artista che si occupava della musica, Hiromi Uehara, era già confermata. Poi è stato difficile stabilire quanti concerti fare e quando farli durante il film. Fortunatamente, abbiamo avuto più occasioni per parlare con Hiromi Uehara, ci siamo confrontati su questo concetto e sull’idea di musica che suscita emozioni di questo tipo. Abbiamo lavorato bene. Un altro aspetto di cui siamo soddisfatti è la fine della storia, che è diversa dal manga. All’inizio eravamo preoccupati dal feedback del pubblico, invece è piaciuto molto e siamo contenti».