Per secoli è rimasto lì, silenzioso, incastonato nello spazio liturgico lungo la Nomentana. Un marmo senza nome, parte del paesaggio sacro della Basilica di Sant’Agnese fuori le mura.
Oggi quel busto scultoreo esce dall’anonimato e viene riattribuito a Michelangelo Buonarroti, grazie a un‘indagine durata oltre dieci anni.
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Ad annunciarlo è l’Ordine dei Canonici Regolari Lateranensi del Santissimo Salvatore, che ha convocato una conferenza stampa per presentare quella che si preannuncia come una delle scoperte più sorprendenti degli ultimi anni per la storia dell’arte rinascimentale.
Dieci anni di archivi, chiavi segrete e opere scomparse
Dietro la riattribuzione c’è il lavoro della ricercatrice romana Valentina Salerno, autrice dello studio “Michelangelo gli ultimi giorni”. Un’indagine minuziosa costruita su carte notarili, inventari post mortem, corrispondenze indirette e documenti provenienti da archivi italiani e stranieri.
Il punto di svolta? Una rilettura radicale degli ultimi anni romani di Michelangelo. Per secoli si è creduto che l’artista avesse distrutto centinaia di bozzetti, disegni e sculture custoditi nella sua casa. Le fonti ritrovate suggeriscono invece un’altra verità: le opere non sarebbero state eliminate, ma messe in salvo.
Un documento parla addirittura di una stanza segreta, accessibile solo tramite un sistema di chiavi multiple, destinata a custodire beni di enorme valore. Quella stanza, oggi, risulta vuota da oltre quattrocento anni. Ma le tracce dei trasferimenti delle opere sarebbero rimaste.
La pista delle dispersioni silenziose
Secondo la ricostruzione, disegni, studi e marmi passarono di mano in mano all’interno di una cerchia ristretta di allievi e amici fidati. Da qui, una rete di trasferimenti discreti verso istituzioni religiose e luoghi marginali, lontani dal mercato e da una catalogazione sistematica.
Il busto di Sant’Agnese rientrerebbe proprio in questo circuito: presente da secoli nella basilica, integrato nello spazio sacro, mai formalmente attribuito. In un contesto stratificato come quello della chiesa, segnata da interventi e riassetti nei secoli, l’ingresso di una scultura d’autore non sarebbe stato un’eccezione, ma parte di una pratica di custodia silenziosa.
La verifica scientifica (e il colpo di scena da Christie’s)
La proposta attributiva non si basa soltanto su considerazioni stilistiche. È stata infatti esaminata da un comitato scientifico internazionale, istituito con il sostegno dei Canonici Lateranensi e con il coinvolgimento di studiosi provenienti da importanti musei internazionali. Un lavoro che, secondo quanto riferito, è proseguito persino durante il Conclave.
A rafforzare la ricostruzione è arrivata anche una coincidenza dal mercato antiquario: durante un’asta di Christie’s a Londra, nel febbraio 2026, è apparso un disegno attribuito a Michelangelo con una provenienza che combacia perfettamente con quella delineata per il busto romano. Una sovrapposizione che, secondo gli studiosi, consoliderebbe l’intera catena documentale.
Una nuova immagine del Michelangelo “tardo”
Il busto andrebbe così ad aggiungersi a un gruppo di opere tarde finora poco note o di autenticità incerta: lavori segnati da superfici non del tutto risolte, da una materia lasciata vibrare, da quella tensione tra gesto e pensiero che caratterizza l’ultima stagione dell’artista.
Se la riattribuzione verrà definitivamente accolta dalla comunità scientifica, non cambierà la collocazione dell’opera — il marmo resterà al suo posto — ma cambierà la storia che lo accompagna. E forse anche l’immagine di Michelangelo: non più artista isolato e distruttivo negli ultimi anni, ma autore attento alla sorte delle proprie opere, organizzatore silenzioso della propria eredità.


