Laura Rinaldoni sfida il Parkinson sul palco romano del Teatro Tordinona, per la regia di Mariaelena Masetti Zannini, con un dispositivo scenico complesso in cui la materia personale diventa linguaggio universale
Torna in scena dal 9 all’11 marzo a Roma, presso il Teatro Tordinona, ’OrchiDea, storia di un fiore malato’, lo spettacolo con protagonista Laura Rinaldoni e diretto da Mariaelena Masetti Zannini, con la collaborazione alla regia di Emanuela Bolco. Un progetto di ’teatro-verità’, dove il confine tra rappresentazione e vita si assottiglia fino quasi a scomparire. ‘OrchiDea’ nasce come racconto biografico sulla vita di Laura, che ha scelto di mettere a nudo la sua esistenza in un dispositivo scenico complesso, in cui la materia personale diventa linguaggio universale. In scena, non ci sono semplici attori che ‘interpretano’, ma i veri protagonisti della storia sono presenti, visibili, esposti. La loro presenza reale costituisce il cuore etico e poetico dello spettacolo, trasformando il palco in uno spazio di testimonianza privo di censure. Abbiamo pertanto voluto incontrare Laura Rinaldoni, l’attrice protagonista e Mariaelena Masetti Zannini, la regista dello spettacolo.
Laura e Mariaelena, da dove nasce il vostro amore per il teatro?
Laura Rinaldoni: “Il mio amore per il teatro nasce proprio con ‘OrchiDea’, perché io non avevo mai assolutamente fatto né pensato, di voler fare teatro. È stata Mariaelena che mi ha mostrato come il teatro possa essere magia. Lei, da tre semplici miei audio, è riuscita a raccontare la mia vita leggendomi dentro”.
Mariaelena Masetti Zannini: “Il mio legame con il teatro nasce da un contesto familiare intriso di intellettualità e bellezza, che ha forgiato la mia incessante ricerca estetica. Laureata in filosofia e specializzata in drammaturgia al Centro di drammaturgia contemporanea di Milano, ho intrecciato questi studi con la recitazione fin dall’adolescenza, per dare voce a una scrittura che, altrimenti, rischierebbe di rimanere troppo introversa. La mia pratica teatrale, infatti, si fonda su una libertà assoluta: un atto di audacia che mira a svelare l’animo umano in tutta la sua vulnerabilità, sia il mio, sia quello, spero, degli spettatori. Oggi, dopo aver scritto e messo in scena più di venti spettacoli, la mia ricerca si è spostata verso l’essenza più autentica dell’essere umano, mantenendo un dialogo continuo con la dimensione filosofica e letteraria”.

In che modo la malattia ha modificato questa passione?
Laura Rinaldoni: “La malattia non ha modificato la mia passione per il teatro: l’ha fatta nascere”.
Quando vi siete incontrare incontrate, da cosa avete intuito che dal vostro rapporto poteva nascere un’opera teatrale?
Mariaelena Masetti Zannini: “Incontrare Laura Rinaldoni ha rivoluzionato il mio sguardo sul mondo, infondendomi una forza e un coraggio inediti. Le sarò eternamente grata per avermi invitata a tradurre la sua esistenza in un’opera teatrale: un percorso nato con sorprendente spontaneità e carica di emozioni. Anche se il percorso comportava rischi, è stato quel momento di svolta che ha trasformato il mio sguardo sulla realtà. Da quel momento, ho compreso che la mia missione artistica era davvero autentica. Quando poi il lavoro ha visto la luce, è stata una delle esperienze più intense della mia carriera. Oggi, a distanza di anni, riproporlo in una versione rinnovata e più matura, frutto di una crescita condivisa, è un vero miracolo”.
Laura Rinaldoni: “Ho incontrato Mariaelena circa 7 anni fa ed è stato come se la conoscessi da sempre. Vedere la mia vita diventare un’opera teatrale è un’emozione che non so descrivere: è una cosa che va vissuta”.
Quale messaggio sentite di dare a chi soffre a causa del Parkinson e perché avete scelto di impegnarvi nel teatro sociale?
Laura Rinaldoni: ”Purtroppo, il Parkinson non si cura ed è una malattia subdola, perché a volte ti striscia dentro più lentamente di come ti saresti aspettata, ma prima o poi torna allo scoperto. Bisogna anche stare attenti agli effetti collaterali dei farmaci”.
Mariaelena Masetti Zannini: “La mia vocazione al teatro sociale è sbocciata con una naturalezza quasi innata, intrecciandosi armoniosamente con il mio percorso artistico. Anche quando mi dedicavo ai grandi letterati, traducendo le loro esistenze, ho sempre cercato di penetrare le profondità psicologiche di anime sconosciute, tanto da chiedermi, in gioventù, se non fosse un dialogo con l’oltre. Con il passare del tempo, la vita mi ha regalato l’incontro con esseri umani straordinari, le cui storie non hanno nulla da invidiare a quelle dei grandi poeti. Tutto ciò mi ha rivelato che l’artista ha il dovere di esplorare la realtà che ci circonda, non solo le epoche remote, ma anche le vite di oggi. Per me, dar voce alla bellezza insita in ogni essere umano, anche il più distante, è un imperativo. La mia arte è il mio lascito; il mio modo di fare politica e di esprimere una spiritualità laica, come mi insegnava mio zio, Monsignor Antonio Masetti Zannini, il quale riduceva la religione a nobile valutazione del bene e del male, come se avessi davanti una bilancia. Spero di lasciare un segno di bellezza con le mie creazioni, che sono il mio vero patrimonio, frutto delle persone che hanno attraversato la mia vita.

Volete parlarci del vostro rapporto con il cast?
Laura Rinaldoni: “Loro sono come una famiglia: sono casa, calore e amore”.
Mariaelena Masetti Zannini: “Il rapporto con il cast, questa volta più che mai, è qualcosa che trascende la dimensione puramente professionale. Parlare di ‘compagnia’ è quasi riduttivo: è una comunità affettiva, un nucleo umano che si muove dentro e fuori la scena, con una consapevolezza emotiva molto profonda. In questa edizione, inoltre, accade qualcosa di straordinario: in scena non ci saranno attori a interpretare determinati ruoli, come nelle precedenti versioni dello spettacolo, ma persone che appartengono realmente alla storia di Laura. Saranno presenti il suo ex marito, Andrea Vangelisti e sua sorella, Daniela Rinaldoni. Questo elemento introduce un livello di verità ulteriore, quasi spiazzante, perché il teatro si avvicina alla vita in maniera dichiarata, senza filtri. È come se la scena diventasse uno spazio di riconciliazione, di memoria condivisa, di esposizione autentica”.

Quale indicazione volete rivolgere agli artisti che affrontano patologie importanti?
Mariaelena Masetti Zannini: “Per quanto mi riguarda, Laura non è solo un personaggio o un progetto artistico: è una delle persone più care della mia vita. È da lì che nasce tutto. E questo sentimento si è naturalmente esteso agli altri artisti coinvolti, con i quali lavoro da anni. Siamo un gruppo collaudato, sì, ma soprattutto siamo un organismo che ha attraversato insieme trasformazioni, fragilità, intuizioni creative. C’è fiducia. E la fiducia è il presupposto più alto per qualsiasi atto scenico sincero. Ci tengo a citare, innanzitutto, la co-regista dello spettacolo, oltre che attrice di grande spessore, Emanuela Bolco, la cui presenza, per me, è un punto di equilibrio e di profondità. E poi l’arte di Marco Fioramanti e di Niko Marinelli, che portano in scena sensibilità e visioni differenti, ma perfettamente dialoganti. La musica dal vivo è affidata a Valentina Russo, leader del gruppo Dismalia, che ancor prima della nascita dello spettacolo aveva scritto una canzone dedicata a Laura, ‘Orchidea’: un segno che questo progetto era già in qualche modo nell’aria, come un destino artistico che attendeva solo di prendere forma. Accanto a loro, la forza performativa di Anthony Rosa – che firma anche scenografia e costumi – e quella di Valentina Formisano e Cristina Bevilaqua, completano un insieme che non è semplicemente un cast, ma un intreccio di sguardi, esperienze e legami. In fondo, credo che il pubblico percepisca quando in scena c’è una verità relazionale. E, questa volta, quella verità diventa quasi tangibile. Non stiamo solo rappresentando una storia: stiamo condividendo una parte reale delle nostre vite. Quando un artista decide di affrontare temi legati a patologie importanti, deve adottare un atteggiamento che trascende l’ego personale, quasi elevandosi a una dimensione spirituale. In tale contesto, il primo passo è un atto di umiltà profonda: l’artista deve spogliarsi della propria vanità per dare spazio a una narrazione autentica, che metta al centro la dignità e la complessità dell’esperienza umana. In questo percorso, è fondamentale un ascolto attento, una ricerca genuina e un rispetto che vada oltre la mera rappresentazione. L’arte, in questi casi, non dev’essere un mezzo per cercare consenso, ma un vero e proprio strumento di consapevolezza e di sensibilizzazione. In questo senso, si tratta di un atto quasi sacro, che richiede un impegno totale, una dedizione che va al di là del successo personale e punta solo ed esclusivamente all’autenticità”.
LE FOTO DI SCENA UTILIZZATE NEL PRESENTE SERVIZIO GIORNALISTICO SONO DI STEFANO BORSINI, CHE RINGRAZIAMO
Intervista di Vittorio Lussana

