Intervista a un’eccellente interprete della “verità emotiva” di Lee Strasberg: l’intensità di una vita dedicata alla scena, un percorso artistico nato da una vocazione autentica, coltivata nel tempo con passione e disciplina

La profondità dello sguardo, ma non solo. Il rigore dello studio, la dedizione silenziosa a un mestiere che richiede verità. Il percorso artistico di Dora Romano nasce da qui: da una vocazione autentica, coltivata nel tempo con passione e disciplina. Attrice intensa e sensibile, capace di restituire ai personaggi una dimensione profondamente umana, la Romano ha attraversato teatro, cinema e televisione costruendo una carriera fatta di incontri importanti, sfide continue e ricerca interiore. Nel tempo, si è affermata agli occhi del pubblico italiano come un’attrice con la ‘A’ maiuscola, amata per la naturalezza con cui riesce a dare voce alle emozioni più sottili. Determinante, all’inizio del suo percorso, è stato l’incontro con Vittorio Gassman e l’esperienza presso la ‘Bottega Teatrale’ di Firenze. Un passaggio fondamentale, che le ha insegnato il valore del rigore, ma anche la libertà di esplorare la propria sensibilità artistica. Dal teatro classico al cinema internazionale fino alla serialità contemporanea, Dora Romano ha saputo attraversare generi e linguaggi diversi senza mai perdere la sua cifra interpretativa: quella capacità, rara, di entrare nei personaggi con rispetto e profondità, restituendoli al pubblico nella loro complessità. Ha lavorato con registi come Paolo e Vittorio Taviani, Tom Tykwer, Ferzan Özpetek e Paolo Sorrentino: esperienze che hanno contribuito a consolidare una maturità artistica oggi riconosciuta da critica e spettatori. Nel suo percorso cinematografico figura anche la partecipazione a ’Sulla mia pelle’ di Alessio Cremonini: un film dedicato alla vicenda di Stefano Cucchi. Una esperienza che ha confermato la sua attenzione verso le storie del forte impatto civile. Ma il grande pubblico l’ha seguita e amata anche in televisione: da ‘L’amica geniale’ di Saverio Costanzo ‘Bang Bang Baby’, fino alla nuova stagione della fiction ‘Imma Tataranni, sostituto procuratore’, in onda su Rai 1 e su RaiPlay. Qui interpreta Filomena De Ruggeri, una donna del sud forte e fragile al tempo stesso, ironica, a tratti spigolosa, ma profondamente vera. Un personaggio che racconta le dinamiche familiari, i cambiamenti interiori e la ricerca di una nuova consapevolezza lontano dai facili stereotipi. Un ruolo che, ancora una volta, le ha permesso di mettere al centro l’essere umano, con le sue contraddizioni e la sua capacità di evolvere. Abbiamo incontrato Dora Romano per parlare di ricordi, emozioni e di quella passione che continua a guidarla, oggi come agli inizi.
Dora Romano, ci riporta indietro nel tempo? Com’è stata la sua infanzia e quando ha sentito nascere l’amore per il teatro?
“Penso che l’amore per il teatro sia nato con me, perché fin da piccolissima ho avuto il desiderio di esprimermi in qualunque modo, per esempio con la voce. A 5 anni già cantavo al vicolo, seduta sul ballatoio del balcone, oppure facevo l’imitazione della mia terribile maestra elementare. Non ricordo mai di essermi allontanata da questo desiderio”.
Quanto ha influito, nel suo percorso, lo studio della ‘tecnica-Strasberg’ e la ricerca di una verità emotiva in scena?
“Moltissimo. Ne sono venuta a conoscenza verso la metà degli anni ’90, durante un seminario con un maestro americano dell’Actors Studio, perché ho sempre voluto espandere la mia conoscenza nello studio dei personaggi e dei testi drammaturgici. Ho poi proseguito con questi studi sia a Los Angeles, sia successivamente a Roma. Negli anni ho approfondito l’aspetto della memoria emotiva: fondamentale nella costruzione di un personaggio secondo la scuola ‘strasberghiana’…”.
Tra i grandi registi con cui ha lavorato, c’è qualcuno che ha segnato in modo particolare la sua crescita?
“Ho avuto la fortuna di lavorare con grandi registi e da loro ho imparato davvero tanto. Forse, una certa importanza l’ha avuta, per me, lavorare con Ermanno Olmi come regista di ‘Piccola città’ di Thornton Wilder. Con lui, ho cominciato a capire come ‘pulire’ il personaggio dai tanti vizi attoriali che, nel teatro italiano, abbondano. La svolta è arrivata con ‘L’amica geniale’ per la regia di Saverio Costanzo, che ha avuto la grande intelligenza e generosità di capire le potenzialità del personaggio della Maestra Oliviero, esaltando le mie capacità interpretative e dandomi il permesso di creare il personaggio con profondità, rigore e onestà. A lui devo talmente tanto che non so esprimerlo a parole”.

Che differenza vive tra l’emozione del palcoscenico e quella del set cinematografico o televisivo?
“Il teatro è stata la mia vita fin da giovanissima. Il pubblico, la paura del palcoscenico, la sfida quotidiana per non sbagliare nell’essere espressione di emozioni vive tutte le volte. E’ stato il mio primo amore e continuo ad amarlo profondamente. Ma sul set, queste emozioni si ripetono, non vengono messe da parte. L’unica vera differenza sta nella velocità in cui tutto deve avvenire: nello spazio di un ‘ciack’ che dura pochi secondi si deve raggiungere, immediatamente, immedesimazione, emozione e parola. Per me, è una cosa estremamente divertente, che mi permette di fare una sorta di ginnastica emozionale veloce e intensa. Che bellezza! Il teatro, però, mi manca tanto. Non so perché, ma da 8 anni non ho avuto più occasione di essere chiamata per uno spettacolo teatrale. Davvero non so spiegarmi il motivo, ma sono molto felice lo stesso del mio lavoro”.
Quando entra in un personaggio, cosa accade dentro di lei? E’ un processo che nasce dall’istinto o da un lavoro più razionale?
“L’istinto può tradire. Il mio approccio è quello di entrare il più dentro possibile nella conoscenza del personaggio per poter iniziare a dipingere il quadro che prenderà vita. Tutti i colori devono essere mischiati sulla tavolozza per dare origine al quadro: fisicità, postura, emozione, psicologia, profondità, sentimenti… Ecco, sì: forse si può parlare di “possessione”.
In ‘Imma Tataranni’, lei interpreta Filomena De Ruggeri, una donna intensa e autentica: quanto si è sentita vicina a questo ruolo e cosa porterà con sé di questa esperienza?
“In realtà, il personaggio di Filomena De Ruggeri è quanto di più lontano da me esista. Tuttavia, intensità e autenticità sono elementi che fanno sempre parte di tutti i miei personaggi. Questi due aspetti sono il sale della loro vita. Di questa serie porterò con me la bellezza dei colleghi, di tutta la troupe e del regista, Francesco Amato, che mi ha fortemente voluta”.

Guardando al futuro, quali progetti la attendono e qual è il sogno artistico che sente ancora di voler realizzare?
“Purtroppo, di nuovi progetti al momento non se ne parla, vista l’incresciosa condizione in cui versa lo ‘show business’ italiano in questi ultimi anni. Durante questo anno, però, uscirà un film ‘opera prima’ di un giovane e talentuoso regista marchigiano, Matteo Damiani, dal titolo ‘Tutto l’universo’, con il quale ho già girato il mio primo e pluripremiato cortometraggio: ‘L’ultima festa’. Poi, in autunno, è previsto il rilascio di un nuovo poliziesco televisivo di Rai 2: ‘Cagnaz’, per la regia di Alessandro Roja, dove sarò una ferocissima capo ‘ndrina calabrese trapiantata a Rimini. Ma, come ripeto, vorrei tanto tornare in teatro, per rivivere ancora, dopo tanto tempo, l’emozione del contatto del pubblico dal vivo”.
Intervista di Vittorio Lussana

