Manchester by the sea, un film sull’incomunicabilità del dolore e sulla redenzione senza catarsi Foto

Manchester by the sea, un film sull’incomunicabilità del dolore e sulla redenzione senza catarsi Manchester by the sea con sei […]

Manchester by the sea, un film sull’incomunicabilità del dolore e sulla redenzione senza catarsi

Manchester by the sea con sei candidature e due Oscar vinti (migliore attore protagonista e migliore sceneggiatura), due Bafta (British Academy of Film and Television Art), 1,5 milioni di euro incassati in Italia dall’uscita nel Febbraio 2017 e 270 milioni di dollari negli Usa dall’uscita nel novembre 2016 'Manchester by the sea' resta un film indipendente che nelle sue quasi sue ore e mezza di trattenuta tensione riesce a raccontare la quotidianità del dolore con la delicatezza di un acquerello.

Scritto e diretto da Kenneth Lonergan (Margareth, Conta su di me), coprodotto da Matt Damon e girato tra la fine di Febbraio e i primi di Maggio a Cape Ann (sulle coste settentrionali del Massachussets) con la fotografia di Jody Lee Lipes che riesce a restituire l’ostilità e la bellezza dei paesaggi del Nord-Est, la pellicola ha un andamento quasi operistico  grazie alle musiche di Lesley Barber e ad una colonna sonora che unisce a mostri sacri quali Bob Dylan ed Ella Fitzgerald il geek rock degli “Stentorian” per culminare nell’Adagio d’Albinoni.

Manchester by the sea, la trama

Lee Chandler è un custode-tuttofare che vive in un monolocale nella gelida Boston, la sua esistenza piatta ed estremamente solitaria viene sconvolta da una telefonata che lo informa della morte del fratello Joe costringendolo a tornare a Manchester by the sea per sbrigare le pratiche per la sepoltura ma lì, oltre al suo passato in agguato, lo attende una sorpresa: suo fratello lo ha nominato a sua insaputa tutore del nipote Patrick.

Con una madre ormai in fuga da anni ed ora precocemente orfano il ragazzo, pieno d’ amici ed interessi e con ben due flirt in corso, inizia con l’impenetrabile zio un rapporto conflittuale che oscilla tra l’aperta ostilità e l’inattesa ironia finendo col bucare la cortina d’isolamento  che Lee ha edificato intorno a sé a partire da un trauma che il regista ci svela molto lentamente attraverso un sapiente mosaico di flashback.

Quando il protagonista rincontrerà casualmente l’ex-moglie che gli confesserà di amarlo ancora il dolore compresso gli accartoccerà i lineamenti in un pianto liberatorio che lo porterà a confessare la propria umana impotenza su quanto è accaduto.

Il film, fedele al proprio spirito essenzialmente “indie”, ha un finale aperto e per niente scontato che non appiattisce con la retorica hollywoodiana la complessità d’un personaggio che attraverso la commovente agnizione della propria anima dimostra quanto la sua attitudine al silenzio non sia una provocatoria maschera ma il disperato tentativo di donare dignità ad una sofferenza ineludibile.

Manchester by the sea: "Lee"

“Manchester by the sea” è Lee Chandler.

Il minuzioso lavoro di scrittura di Lonergan (dal respiro più letterario che cinematografico) serve a cesellare il volto d’un uomo che non è più tale, alienato da un mestiere che ha scelto per espiare una colpa inespiabile; nella ripetitività delle proprie giornate molestate da squarci di violenza ingiustificata (sottolineati da musiche distopiche) egli sembra una sorta di Paterson di Jarmusch alla rovescia che invece di celebrare l’ordinario nei suoi poetici dettagli vi si crocefigge alla ricerca d’un consolatorio mantra che non troverà mai e quando apprenderà che il fratello è morto la sua reazione sarà simile a quella di Mersault (“Lo Straniero” di Camus) e cioè una dissociazione patologica travestita da calma apparente.

La grandezza di Lonergan sta nell’aver scelto come destinatario d’un così grande dolore un uomo privo dei mezzi culturali per elaborare un trauma che affonda le sue radici nel terreno friabile della fede. E’ per questo che Lee diviene una figura universale come lo Svedese di Roth in “Pastorale Americana” la cui tragedia “era la tragedia dell’uomo impreparato alla tragedia: quindi la tragedia di tutti”.

Potrebbe uccidersi ma non lo fa.

Beve molto ma non diventa un alcolizzato.

Abdica alla propria umanità ma non permette a nessuno di toccarla perché il suo peccato è la cosa più preziosa che possiede e lo conserva dentro di sé come una santa mummificata in una teca, si assume le proprie responsabilità perché non può assumersi le colpe che derivano dall’irreversibile fatalità che ha trasformato la sua esistenza nella vita che resta, in quel che viene dopo.

L’oceano di Manchester by the sea

L’unica cosa che sembra dare sollievo a Lee è l’oceano.

Lui e suo fratello sono cresciuti sull’acqua e possiedono una barca che poi passerà a Patrick ed anche se lui vorrebbe inizialmente venderla alla fine cederà alle insistenze del nipote ed insieme sceglieranno di comprarle un nuovo motore. E’ chiaro che tale barca rappresenta l’(im)mobile simbolo  d’un Passato da cancellare e Pat insegnerà a suo zio, anche quando vorrà coraggiosamente rivedere sua madre, che non si può tirare un colpo di spugna sull’intero Passato perché ci sono dettagli da recuperare che se abrogati distruggerebbero una parte fondante del nostro essere.

La piatta superficie dell’oceano sotto un cielo livido è la quiete del volto del protagonista agitato da tremende correnti sottomarine e le splendide istantanee che Lonergan ci regala (soprattutto i notturni) servono a smorzare la furia d’un uomo, giunto allo stremo delle forze, che lotta per non soccombere a se stesso. 

Il mare è l’elemento che dispensa vita e morte, tempeste e bellezza, la sua energia è un assoluto senza poli ed ha il fascino della fiera selvaggia, il mare è l’unica miccia che innesca in Lee la magia d’un sorriso perché somiglia alla sua foga trattenuta e ai suoi silenzi replicati come onde.

L’altro elemento della poetica di “Manchester by the sea” è la neve  che rappresenta invece (joyceanamente) la morte  e che compare non a caso nella prima parte del film ricoprendo una Boston che è l’ostile carapace d’un uomo che ha fatto del suo fantasmatico candore la propria prigionia e il proprio esilio.

Manchester by the sea: Gli attori

Al di là d’una Michelle Williams (Randi Chandler) sempre all’altezza delle aspettative e dell’ottima prova di Kyle Chandler (Joe Chandler) la palma attoriale va al duo Affleck/Edges il primo in grado di esprimere per sottrazione tutta l’impotente rabbia del suo personaggio anche attraverso una mimica facciale fatta di occhi infossati e tardive risposte a denti stretti degne d’un film muto, il secondo certamente credibile nel ruolo di nipote “difficile” che nello svolgersi del film rivela invece una sottile ironia ed un’affettività così impellente da riuscire ad intaccare la freddezza dello zio.

Manchester by the sea: Il nostro parere

“Manchester by the sea” è un film lungo e delicato che merita l’attenzione che richiede ed anche se in alcune parti l’uso dei flashback è un po’ ridondante e la sua letterarietà (che è il suo più grande pregio) rischia di appesantirlo la prova maiuscola di Affleck, una colonna sonora perfetta ed una fotografia che non fa rimpiangere il bianco e nero (ipotesi che avrebbe reso la storia pomposa ed autocelebrativa) lo rendono un’opera premiata e premiante. Menzione d’onore a Lonergan che continuerà a far parlare di sé.

 

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