Negli spazi di Gagosian Roma, la mostra Mirrored Fiction propone un confronto serrato tra le sculture iperrealistiche di Duane Hanson e le opere di alcuni tra i più influenti artisti contemporanei, tra cui Felix Gonzalez-Torres, Andreas Gursky, Jeff Koons, Adam McEwen e Bruce Nauman. Il risultato è un percorso espositivo che interroga il Realismo e le sue declinazioni contemporanee, mettendo in scena il modo in cui il “reale” viene osservato, consumato, messo in forma e restituito attraverso il corpo, l’immagine e lo spazio sociale.
Fulcro della mostra sono le celebri sculture in bronzo dipinto di Hanson, figure a grandezza naturale che raffigurano americani comuni colti in momenti ordinari: lavoratori, passanti, corpi anonimi sospesi tra presenza fisica e rappresentazione. Nate nel clima di rinnovato interesse per la figurazione che accompagna l’emergere della Pop Art, queste opere si impongono come veri e propri monumenti alla quotidianità, capaci di destabilizzare lo sguardo dello spettatore e di confondere i confini tra realtà e artificio. Le figure di Hanson non si limitano a essere osservate: diventano testimoni silenziosi dell’esperienza di chi attraversa lo spazio espositivo, evocando temi di visibilità sociale, lavoro, identità e classe.
Il dialogo con gli altri artisti in mostra amplifica e stratifica queste riflessioni. Emblematico è l’allestimento di Window Washer (1984), collocato al centro dello spazio ovale della galleria: un giovane lavavetri, con abiti macchiati e un secchio di plastica ai piedi, sembra congelato in un gesto quotidiano, tanto semplice quanto carico di implicazioni sociali. Alle sue spalle, la fotografia monumentale Politik II (2020) di Gursky raffigura tredici politici tedeschi – tra cui Angela Merkel – disposti secondo la composizione dell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci. L’accostamento rilegge l’attenzione di Hanson per le classi sociali alla luce dell’analisi di Gursky sui sistemi di potere che le definiscono e le governano. Sullo sfondo, il dipinto Five Past Eleven (1989) di Ed Ruscha introduce un ulteriore livello di temporalità e astrazione, creando un cortocircuito visivo e concettuale.
Un’altra tensione significativa emerge nel confronto tra Hanson e Koons. Donkey (1999), dalla serie Easyfun, è una testa di animale stilizzata in acciaio inossidabile lucidato a specchio che riflette l’ambiente e il pubblico, espandendo il piano visivo della galleria. L’immagine, apparentemente giocosa e infantile, rimanda al desiderio, al consumo e all’auto-riconoscimento, evocando anche il celebre “stadio dello specchio” teorizzato da Jacques Lacan. A Roma, l’opera è posta di fronte a Bodybuilder (1989–90) di Hanson: un corpo muscoloso, abbronzato e sotto sforzo, che incarna una forma di narcisismo fisico tanto concreta quanto fragile. Il riflesso metallico di Koons e la carne iperrealistica di Hanson si rispondono, mettendo in scena due modalità opposte e complementari di costruzione dell’identità.
Mirrored Fiction si configura così come un dispositivo critico che invita il visitatore a interrogarsi su ciò che considera “reale”. Attraverso scultura, fotografia e installazione, la mostra rivela come il quotidiano possa diventare finzione e come la finzione, a sua volta, possa riflettere con inquietante precisione le strutture sociali, politiche e psicologiche del presente. In questo gioco di specchi, il pubblico non resta mai neutrale: è costantemente chiamato a riconoscersi, o a prendere distanza, dalle immagini che lo osservano.
MIRRORED FICTION
11 febbraio –11 aprile 2026
Via Francesco Crispi 16, Roma





