Intervista alla vincitrice della Targa Tenco 2025 per il ‘Miglior Album a progetto’, considerato uno dei più prestigiosi riconoscimenti della musica italiana dedicato ai migliori dischi dell’anno di canzone d’autore, votati da una vasta giuria di giornalisti e addetti ai lavori: rispetto al Festival di Sanremo, spesso focalizzato su canzoni orecchiabili e successi pop, l’eredità di Luigi Tenco rappresenta la vera ‘canzone d’autore’, ossia i brani più introspettivi, socialmente impegnati e ricercati in contrapposizione ai generi più commerciali o mainstream creando un dualismo fra popolarità e profondità artistica

Caroline Pagani è una figura artistica poliedrica, dal profilo multidisciplinare e internazionale. Canta, scrive e recita in più lingue, rappresenta una forma di arte d’autore contemporanea colta ma viva, che tiene insieme memoria, critica sociale, ricerca e sperimentazione. La rielabora in modo personale, attuale e critico, mantenendo una forte attenzione a temi civili, letterari ed esistenziali. Si tratta di un’artista trasversale e sfaccettata, che intreccia recitazione, drammaturgia, canto e musica in progetti originali, pensando spesso l’arte come esperienza poetica, emotiva e totale.
Forte è la sua continuità critica con una tradizione culturale impegnata, dal teatro di parola alla canzone d’autore – è una delle maggiori esperte di William Shakespeare in Italia – come anche l’impegno nel preservare e reinterpretare il patrimonio artistico e l’eredità culturale del fratello – il cantautore, poeta e artista visuale Herbert Pagani – nella scena contemporanea, facendosi interprete proattiva nel rinnovare e tramandare i suoi temi e messaggi attualissimi, anche alle nuove generazioni.
Caroline Pagani, quali sono i complimenti o le osservazioni che le sono state fatte sul disco?
“Che non si tratta solo e di un semplice omaggio ma molto di più, è qualcosa che va oltre, è un lavoro di recupero, di archivio, di memoria e di nuova interpretazione e vita. Non è qualcosa che si ascolta e basta ma è qualcosa che si abita, che è teatro, è canzone, è manifesto, realizzato con particolare cura, per tutti gli aspetti, da quelli interpretativi a quelli musicali e tecnici, dal suono alla veste grafica. Questo lavoro è anche un atto di restituzione culturale di un patrimonio che spazia dalla canzone d’autore d’oltralpe a quella italiana”.

Lei è stata recentemente a Sanremo sul palco dell’Ariston per ricevere la Targa Tenco per il Miglior Album a Progetto con ‘Pagani per Pagani’, il disco dedicato a Suo fratello Herbert Pagani: che significato ha per lei questo riconoscimento? Com’è stata l’esperienza sanremese? E che rapporto c’era fra Luigi Tenco e Herbert Pagani?
“Ne sono stata felice, è stata una bella esperienza. Lo sarebbe stata ancor più se anche alla categoria ”album a progetto”, fosse stata permessa l’esibizione. Oltre a essere molto impegnativa è, a mio avviso, una ‘signora categoria’, perché non si limita alla cura di una sola canzone, ma cura tutti gli aspetti che concorrono alla realizzazione di un intero album. Invece, purtroppo, era l’unica categoria a non potersi esibire: l’ho scoperto solo dopo aver iscritto il disco alla categoria ‘Migliore interprete’ e ‘Album a progetto’. Le altre erano: Miglior ‘Album in dialetto’; ‘Opera prima’; ‘Album in assoluto’; ‘Canzone singola’. Nella contentezza è stato un aspetto alquanto penalizzante. Anche perché, se sei l’unico a non poter cantare e di quel disco hai fatto tutto, è inevitabile che a chiunque verrebbe, almeno durante quella serata, la ‘sindrome di Cenerentola’. Ho potuto cantare durante la conferenza stampa, quello è stato un bel momento. Di questo disco, un doppio, ho curato la produzione artistica coinvolgendo ospiti, la direzione musicale, la produzione esecutiva, l’interpretazione, la grafica: è un lavoro poderoso. La cura e la produzione artistica è forse l’aspetto più impegnativo, su tutti i fronti. E’ stato un lavoro di recupero, di archivio, di memoria e di ‘rimessa in vita’. Un premio fa molto piacere, se può essere utile a far conoscere e circolare un lavoro, con una promozione adeguata, è meglio, è più utile. Fra un premio, per quanto prestigioso, e una stagione di spettacoli e concerti preferisco la seconda, un artista esiste quando il suo lavoro viene recepito e quando ha la possibilità di esibirsi e condividerlo. Piacevoli e divertenti sono state le serate ‘post festival’ in un clima rilassato, in cui c’era una fantastica band e chiunque volesse poteva cantare qualunque cosa. Herbert Pagani fu l’ultimo a intervistare Luigi Tenco, quando era conduttore a Radio Montecarlo. Qui, Luigi Tenco affrontava temi profondi e si sentiva in contrasto con la superficialità del Festival di Sanremo pop e spiegava che le sue canzoni erano, da sempre, qualcosa di diverso e di alternativo rispetto alla classica canzone sanremese, che parlava di cose prosaiche e banali. Credo sia un riconoscimento all’opera di mio fratello, ma anche al modo in cui il disco è stato realizzato: le canzoni hanno una veste nuova, fedele all’originale, ma rinnovata e credo che possa benissimo vivere di vita autonoma. Intendo dedicarmi, primariamente, anche a questo”.
Dal vivo, la sua opera è particolarmente efficace: i suoi spettacoli uniscono interpretazione teatrale, musica, canto e racconto, creando un rapporto intenso con il pubblico. Nella creazione e nella messa in scena dei suoi testi e nelle sue interpretazioni, come attrice e come cantante che cos’è che la ispira? Quali sono le fonti di ispirazione nel lavoro? E nella vita?
“In parte, un bisogno di fare cose che ho desiderio e voglia di fare, che rispondono a un’urgenza; in parte, la necessità di mostrare, di smascheramento e denuncia, come nel caso di ‘Mobbing Dick’, il mio testo e lo spettacolo sulle dinamiche di potere e sugli abusi nel mondo dello spettacolo, contro le donne in modo particolare. E’ un tema purtroppo diffuso in maniera sistemica, è sempre stato taciuto e rimosso, ora per fortuna, si inizia a parlarne, anche in Italia, grazie anche all’encomiabile lavoro fatto dall’Associazione Amleta e dalle avvocate di Differenza Donna, che hanno squarciato un orrido velo omertoso su un sistema di violenze che andava avanti da decenni, in ambito universitario e in ambito teatrale, in Italia. In parte mi ispira un sentimento, un sentire. Mi ispirano molte cose, le storie, le persone, il mondo delle emozioni, le temperature emotive, le modalità comportamentali”.

I suoi testi sono raffinati, ironici, spesso pungenti, con riferimenti letterari, storici e filosofici, ma riescono comunque a comunicare in modo diretto ed emotivo: usa la parola come strumento centrale?
“Certo: la parola è il cuore pulsante del teatro di prosa, della poesia e della canzone d’autore, la parola e il suono. Per questo amo molto interpretare e cantare in lingue diverse. Una delle prime fascinazioni che ho per un testo nasce dalla lingua in cui è espresso e dal suono che la lingua crea con un significato ulteriore e altro. Pronunciata ad alta voce quel tipo di lingua si fa musica, diventa corpo, evoca mondi, tutti i grandi autori hanno dentro di sé una grande musica”.
L’hanno aiutata di più le donne o gli uomini a esprimere la sua creatività? Dove ha trovato più sostegno?
“Da nessuna parte, sinceramente. In verità proprio nessuno, né donne né uomini, le donne mi hanno spesso osteggiata e gli uomini non mi hanno certo aiutata, chi ha aiutato a esprimere la mia creatività sono soltanto io. Mio fratello Herbert da piccolissima, per quanto possibile. Il sostegno l’ho trovato nella lettura, nella musica, in certa musica, nelle canzoni, nella pittura, in certo cinema e certo teatro che mi hanno permesso di accedere ai mondi dell’immaginazione e del trascendente, all’ ‘oltre’ dell’arte”.
Da che cosa nasce un suo testo e una sua interpretazione? Quali sono i suoi temi?
“I miei testi e i miei spettacoli trattano temi spesso legati al femminile, alle dinamiche di potere, a ogni forma di abuso, sopruso e manipolazione, anche strisciante, in famiglia, nel mondo dello spettacolo, sul lavoro. Amleto, per esempio, è anche una storia di abusi e di razzismo familiare. Spesso sono spettacoli che riflettono sull’arte e sul fare arte, sono lavori spesso metateatrali, riflettono sugli artisti, sulla mercificazione dell’artista, sulla difficoltà di essere un’artista donna in Italia, ma anche sulle dinamiche fra esseri umani, non solo sul potere anche sulle arti e sull’amore”.

Quali sono le letture che l’hanno in qualche modo cambiata?
“Ho studiato filosofia, sicuramente Schopenhauer, ma anche Giordano Bruno, Montaigne, Nietzsche e Shakespeare mi hanno aiutata a sopportare la vita quando è insopportabile, ad avere un pensiero critico, a vedere il retro, a sospettare, a smascherare, (non a caso questi filosofi erano anche chiamati ‘I Maestri del sospetto’) a sentire le sciagure mie e quelle altrui come la stessa. La filosofia consola, allena il pensiero critico, può rendere empatici e ti fa imparare ad imparare”.
Che cosa le dà più gioia? E più noia? E se dovesse scegliere fra scrittura, recitazione, canto?
“Il lavoro, sicuramente il lavoro, quando lavoro sono felice, più di qualunque rapporto umano, storia d’amore o simili, che sono sempre aleatori, incerti e a rischio di delusioni, non c’è tempo per pensare, per rimuginare, il lavoro non ti tradisce. Herbert ha detto in un’intervista: ”Riuscire la propria vita è più importante che riuscire nella vita”. Per me riuscire la mia vita è fare ciò che amo e condividerlo. Un artista non è mai solo, quando produce, e quando condivide, ma spesso ha bisogno di essere solo per creare. Cantare mi dà gioia, mi diverte forse più ancora della scrittura, della messa in scena. Spero di non dover scegliere, ma se proprio dovessi, fare l’interprete, cantare è ciò che amo di più. Noia non l’ho mai provata. Trovo triste predicare bene e razzolare male, ci sono persone che praticano anche buddismo, per esempio, ma obnubilate e esaltate dal potere, si dimenticano del prossimo e lo abbandonano al suo destino, quando con pochissimo potrebbero fare moltissimo. Questo è un vero peccato”.
Che cosa manca in Italia, oggi, secondo Lei per gli artisti?
“Mancano molte cose. Per esempio, la figura del manager, più presente e meglio definita all’estero, gli artisti in Italia spesso sono curati poco e male. Gli uffici stampa davvero utili e che fanno un lavoro sensato sono pochissimi e rari, c’è una tendenza generale a seguire tutti, e tutto nello stesso modo, a fare lo stesso tipo di lavoro uguale per tutte le persone, tarato e spalmato nello stesso identico modo su tutte le diverse identità artistiche, come una specie di catena di montaggio. Invece un artista andrebbe seguito come fosse un abito di sartoria, facendo un lavoro su misura, tagliato e cucito addosso, artigianale e sartoriale, è un lavoro delicato e complesso, bisogna capire che tipo di artista hai davanti, qual è il suo mondo, la qualità del suo lavoro, a quale target si rivolge e soprattutto che cosa può aiutarlo a veicolare e a far circuitare il suo lavoro. Purtroppo spesso questi aspetti, che sono fondamentali, non vengono considerati, è tutto automatico, asettico, spesso l’artista si ritrova a dover fare tutto da solo, a doversi occupare di comunicazione, di promozione, invece di fare solo l’artista, di scrivere, cantare, interpretare. In Italia c’è poi l’insana e antimeritocratica tendenza ad aiutare solo chi è ‘main stream’, commerciale, chi ha una popolarità televisiva, anche se questi non ha nulla da dire o se quello che dice e fa lo dice e lo fa male. Mio fratello, oltre ad aver attraversato diverse arti e tutte in profondità, era dotato di un ingegno poliedrico, dai molti talenti, e profetico, ebbe anche la fortuna di vivere in un periodo storico molto fertile artisticamente e di avere due manager straordinarie, in Italia e in Francia. Il teatro in Italia è e resta fondamentalmente legato alla politica e allo ‘scambismo’.

Un/un’artista con cui le piacerebbe aprire un concerto o con cui sarebbe bello collaborare per una canzone?
“Se fosse vivo, con Leonard Cohen. L’artista con cui adorerei collaborare per una canzone è Kate Bush: artista sublime, completa, unica e irripetibile, che sento vicina al mio modo di intendere e porre l’arte, da un punto di vista tecnico, immaginifico ed estetico, amo i cantanti che usano la voce così come il corpo in scena, la voce è anche corpo, gesto, che crea e abita uno spazio. Un’altra che mi ha sempre incuriosita è Nina Hagen, altre che stimo e che mi piacciono sono Fiorella Mannoia e Tosca. Mi piacerebbe essere accompagnata da Danilo Rea, su tutti, fra tutti i pianisti bravissimi e virtuosi, lui, come nessun altro, sa improvvisare e creare atmosfere”.
Pagani x Pagani è un ‘unicum’ o è solo l’inizio? Quali sono i suoi progetti e impegni futuri?
“Non è assolutamente un ‘unicum’: è solo l’inizio. Ci sarà, prima o poi, il volume II, anch’esso doppio, con molte canzoni italiane e francesi, alcune fra le più belle in assoluto. Herbert aveva prodotto molto, in un periodo breve, per sé e per altri, ho scoperto delle chicche, desidero riportarle alla luce e dar loro una vita nuova. Il volume II, preceduto da almeno un singolo con videoclip, la presentazione del disco in Italia in maniera capillare, la versione francese dello spettacolo concerto, quella italiana sarà in scena nel 2026 a Milano, al Teatro Menotti. I miei progetti futuri riguardano in quest’ordine la musica, il cinema, il teatro, soprattutto come cantante, interprete, autrice e regista. Porto alcuni miei spettacoli all’estero e proseguo con la presentazione del disco in tutta Italia e spero anche fuori dall’Italia”.
Intervista di Vittorio Lussana
LE FOTO UTILIZZATE NEL PRESENTE SERVIZIO GIORNALISTICO SONO DI ALFONSO CENDRON E DI ANDREA BERTALLOT, CHE RINGRAZIAMO

