Dove vanno le serie tv?

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Non è un caso che nell’edizione 2015 dei Golden Globes abbiano trionfato, lato tv, due serie come House of Cards (miglior attore, Kevin Spacey) e […]
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Dove vanno le serie tv?

Non è un caso che nell’edizione 2015 dei Golden Globes abbiano trionfato, lato tv, due serie come House of Cards (miglior attore, Kevin Spacey) e Transparent (miglior serie comedy e miglior attore protagonista in una commedia, Jeffrey Tambor). Entrambe sono infatti il manifesto vivente del futuro delle serie tv, ormai incamminate su una strada di cambiamento dalla quale difficilmente si potrà tornare indietro.

House Of Cards, l’appassionante intrigo di vicende politiche a Washington, è prodotta da Netflix, società nata nel 1997 per noleggiare dvd e diventata non solo la più grande library on demand che potreste immaginare, ma anche una produttrice di contenuti originali. Originali è la parola giusta, anche nel modo di fruizione: gli episodi vengono infatti caricati tutti insieme sulla piattaforma e messi a disposizione degli abbonati, così da poter essere visti uno dopo l’altro (almeno negli USA). Addio quindi al pathos tutto nostrano della puntata settimanale: nella miglior tradizione del “tutto e subito” Netflix abbatte la barriera della serialità e consegna ai suoi fedelissimi il pacchetto completo. C’è solo da premere “play”.

Se House of Cards si è distinta non solo per il modello innovativo di distribuzione, ma anche per il fascino indiscusso dell’antieroe (in questo caso il premio Oscar Kevin Spacey), e per quell’adorabile “risucchio” dello spettatore nella scena (Underwood si rivolge proprio a te, caro spettatore, seduto sul tuo divano, e mina proprio le tue convinzioni sull’ordine e la giustizia), c’è chi minaccia di batterla per innovazione e trasgressione.

 

Transparent, la nuova serie prodotta da Amazon Studios, affronta il tema spinoso dell‘identità di genere, presentandoci un anziano padre di tre figli che scopre, improvvisamente, di non essere un uomo ma di sentirsi donna. Un padre di famiglia transgender che il talento di Jeffrey Tambor ha reso umano e reale, molto più delle tante figure stereotipate che abbiamo ereditato in svariati anni di sit com americane ed europee.

La vera novità delle produzioni Amazon sta nel fatto che la società di vendita on line, da poco approdata nel campo delle produzioni tv, lascia che siano i suoi utenti premium a decidere quali, fra i pilot acquistati e messi a disposizione, debbano diventare serie complete. Un test sul gradimento del pubblico che va ben al di là di ogni strategia precedentemente sperimentata.

Netflix comunque non resta certo indietro: armato di piccone, il colosso americano sta per assestare il colpo decisivo al prodotto serie tv come abbiamo imparato a conoscerlo e ad amarlo negli anni. Non solo addio alla serialità, ma addio anche all’ordine prefissato delle puntate, con la sperimentazione della quarta stagione di Arrested Development.
Quello che venne definita “la serie più bella del mondo”, che Fox chiuse nel 2006 per bassi ascolti e che ora Netflix rilancia come una nuova sfida, sarà composta di episodi a sè stanti, di durata diversa e da punti di vista diversi, visibili nell’ordine preferito dallo spettatore, come se fossero tracce di un cd pop piuttosto che classici episodi da serie tv.

 

Un duro colpo per chi, cresciuto a pane e Lost, ma anche ormai dipendente dal mondo epico di Game of Thrones, vorrebbe continuare a lasciare il cuore nelle mani di autori e sceneggiatori, permettendo loro di decidere quando e perchè l’ultima scena della serie deve lasciare il posto alla schermata dei titoli di coda.

Il nuovo mondo delle produzioni tv chiede invece agli spettatori di essere, ancora una volta, protagonisti attivi e non più fruitori passivi: passi da gigante per chi (ad esempio noi italiani) ritiene ancora una meravigliosa magia la funzione “pausa” del decoder interattivo di Sky.

Quello che è certo è che le serie tv sono l’attuale campo culturale più aperto alle sperimentazioni: non a caso grandi attori del calibro di Matthew McConaughey (indimenticabile in “True Detective”, uscito colpevolmente a mani vuote dai Golden Globes), Clive Owen (affascinante dottore pazzo n The Kinck, diretto dal premio Oscar Steven Soderberg), il già citato Kevin Spacey, Jessica Lange e molti altri abbiano deciso di gettarsi anima e corpo nel mondo della serialità vecchia e nuova, dove hanno capito che è molto più stimolante lasciare il segno.

 

Attori e non solo: la notizia dell’ultima ora è che anche il grande Woody Allen, forse il nome più famoso di Hollywood, scriverà una serie tv per Amazon (non se ne sa ancora nulla, se non che sarà composta da episodi da trenta minuti e che è stata già ordinata la prima stagione, che vedremo il prossimo anno)

Attenzione comunque a non farci abbagliare dalle sirene del progresso: non è detto che i nuovi modelli di serie tv portino con sè, per forza di cose, contenuti eccezionali. Grazie al cielo, a farla da padrone sono e saranno ancora le storie, e finchè una storia sarà abbastanza buona, noi continueremo ad amarla in qualunque modo ci venga somministrata.

Le sorprese -e questo articolo- comunque, non sono ancora finiti: l’ultima news è che anche Spotify, servizio di streaming musicale on-demand da poco arrivato in Italia, sta per iniziare la sua produzione di contenuti video originali (si dice in collaborazione con HBO). Quale sarà la sua killer application? Potremmo forse trovarci a skippare gli episodi che ci piacciono di meno come fossimo su un gigantesco Ipod? Mai come in questo caso, chi vivrà vedrà.

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