A Roma il pane vecchio non si buttava: quando diventava duro, iniziava una seconda vita come ingrediente per nuove preparazioni.
A Roma il pane non diventava vecchio ma cambiava in qualche “mestiere”. Anche se perdeva freschezza e diventava troppo duro per essere mangiato come appena sfornato, non per questo usciva dalla cucina né per questo si buttava. Per i Romani poteva iniziare una seconda vita, passando da alimento da portare in tavola a ingrediente utile per nuove preparazioni. Un modo di trattare il cibo che racconta molto della quotidianità di un tempo.
Roma, nella cucina tradizionale il pane vecchio diventava un nuovo ingrediente
Andiamo con ordine e partiamo dal principio. Nella cucina romana, dove procurarsi il cibo richiedeva tempo, lavoro e risorse, buttare ciò che era ancora utilizzabile non era affatto scontato. Un ricettario tramandato in età tardoantica conserva preparazioni nelle quali il pane viene svuotato, sbriciolato oppure ammorbidito in un liquido per essere poi combinato con altri ingredienti.
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In una ricetta, per esempio, la mollica veniva immersa nella posca, una bevanda a base di acqua e aceto, prima di essere lavorata. Non era una zuppa di pane nel senso moderno, ma il principio era simile: cambiare consistenza al pane già cotto per renderlo nuovamente utile.
Esistevano inoltre pani pensati per durare a lungo, come il bucellatum, particolarmente duro e adatto anche ai soldati. Il principio resta però chiarissimo: sbriciolare, bagnare, mescolare, trasformare. Il pane avanzato non perdeva valore perché non era più fresco: semplicemente, da cibo da mordere diventava ingrediente.
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