Perché il calcestruzzo romano dura per interi millenni? A dare una risposta sorprendente a questa domande è la scienza.

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Il calcestruzzo romano è uno dei piccoli misteri tecnologici dell’antichità: ponti, muri, acquedotti e strutture esposte al mare sono arrivati fino a noi dopo secoli, spesso in condizioni sorprendenti. Ma la sua resistenza non dipenderebbe solo dalla fortuna o dalla qualità delle materie prime. Secondo uno studioscientifico di qualche anno fa, dentro quella miscela antica potrebbe nascondersi un meccanismo di “autoriparazione”: quando si formano crepe, alcuni componenti reagiscono con l’acqua e contribuiscono a richiuderle. Una lezione che oggi interessa anche l’edilizia sostenibile e che potrebbero rispondere a una domanda fondamentale: perché il calcestruzzo romano dura per interi millenni?

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Perché il calcestruzzo romano dura per interi millenni?

Andiamo con ordine e partiamo dal principio. A venirci incontro è uno studio pubblicato su Science Advances e intitolato “Hot mixing: Mechanistic insights into the durability of ancient Roman concrete”.

Per molto tempo, i grumi bianchi visibili nel calcestruzzo romano sono stati interpretati come difetti: residui di una miscela fatta male, pezzi di calce non sciolti o impurità rimaste nell’impasto. Lo studio coordinato da alcuni ricercatori del MIT propone invece una lettura diversa: quei “lime clasts”, cioè frammenti ricchi di calce, potrebbero essere stati una parte essenziale della ricetta.

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Gli studiosi hanno analizzato campioni provenienti dal sito archeologico di Privernum, vicino Roma, usando tecniche come microscopia elettronica, mappature chimiche, diffrazione a raggi X e spettroscopia Raman. Il risultato indica che i Romani potrebbero aver usato la cosiddetta “hot mixing”, una miscelazione a caldo con calce viva, aggiunta insieme o al posto della calce già spenta. Questo avrebbe creato quelle inclusioni porose e ricche di calcio, rimaste intrappolate nella matrice del materiale.

Quando il calcestruzzo si fessura e l’acqua penetra nelle crepe, questi grumi di calce possono rilasciare calcio. Questo, trasportato dall’acqua, reagisce e può precipitare sotto forma di carbonato di calcio, cioè calcite: in pratica, un minerale capace di riempire progressivamente la fessura.

Per verificare l’ipotesi, i ricercatori hanno creato una miscela moderna ispirata a quella romana, con inclusioni di calce. Dopo aver prodotto crepe larghe circa 0,5 millimetri e aver fatto passare acqua nei campioni, hanno osservato che il flusso si riduceva fino quasi a fermarsi: la frattura si era riempita di nuovo materiale.

La scoperta non significa che il cemento romano fosse “magico”, ma che incorporava un’intelligenza materiale: una riserva chimica pronta ad attivarsi nel tempo. Proprio per questo, studiarlo oggi può aiutare a progettare calcestruzzi più durevoli, con meno manutenzione e un impatto ambientale più basso.

Photo Credits: Shutterstock