Conoscete la storia delle orecchie tappate davanti alla chiesa di San Gregorio ai Quattro Capi, nel Ghetto di Roma? Si tratta di un racconto popolare – ma in realtà di storia comune – che ci racconta quello che avveniva nel luogo della capitale dove le convivenze forzate hanno dato vita ad una delle connessioni più magiche della capitale. C’entrano il rapporto tra quotidianità, potere e fede religiosa. Ma cosa narra questa storia?
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San Gregorio ai Quattro Capi: le prediche coatte e le orecchie tappate
Andiamo con ordine e partiamo dal principio. La nostra storia è ambientata davanti alla chiesa di San Gregorio ai Quattro Capi, piccola e antichissima, situata proprio all’ingresso del Ghetto Ebraico di Roma. Fondata come oratorio già nel VII secolo e dedicata a papa Gregorio Magno, la chiesa assunse un ruolo ben diverso a partire dal XVI secolo.
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Dal 1573, per volontà di papa Gregorio XIII, qui si svolgevano le cosiddette prediche coatte: sermoni obbligatori tenuti dai Gesuiti, ai quali gli ebrei del ghetto erano costretti ad assistere, soprattutto il sabato. L’obiettivo era esplicito: spingere alla conversione al Cristianesimo attraverso l’ascolto forzato della parola sacra. Una pratica umiliante e imposta, abolita solo nella seconda metà dell’Ottocento da papa Pio IX.
Secondo la tradizione popolare, molti abitanti del ghetto cercavano un modo per sottrarsi, almeno simbolicamente, a quelle prediche. La leggenda racconta che alcuni si presentassero davanti a San Gregorio con tappi di cera nelle orecchie, per non ascoltare le omelie imposte. Un gesto minimo, ma carico di significato: una forma di resistenza silenziosa, quotidiana, che non poteva fermare l’obbligo ma ne svuotava il senso.