C’è una bevanda che arriva da lontano, attraversa secoli e continenti, e oggi si ritrova inaspettatamente a parlare il linguaggio della Tuscia.
È la kombucha, spesso definita ‘elisir di lunga vita’, nata oltre 2000 anni fa in Cina e diventata negli ultimi anni una delle bevande più amate da chi cerca alternative naturali, leggere e ricche di fermenti vivi.
Ma sul lago di Bolsena succede qualcosa di diverso.
Da Pepe Nero Ristòria a Capodimonte, la kombucha cambia identità: niente tè tradizionale, ma una base completamente territoriale. Foglie di olivo e di lampone, finocchietto selvatico, cardamomo. Profumi che raccontano il paesaggio prima ancora del gusto.
Il processo è quello classico: si parte da un’infusione, poi entra in gioco lo SCOBY, una coltura di batteri e lieviti, che trasforma gli zuccheri in acidità, creando una bevanda leggermente frizzante, viva, e naturalmente analcolica.
Ma il dettaglio che sorprende arriva dopo.
Nella seconda fermentazione vengono aggiunte ciliegie candite di Celleno, che regalano una nota aromatica inattesa, quasi elegante. Il risultato è una kombucha che non imita modelli internazionali, ma costruisce una propria identità.
Una bevanda che non è solo “salutare”, ma anche gastronomica.
Leggera, complessa, con quella lieve effervescenza che la rende perfetta sia come aperitivo sia in abbinamento a tavola, la kombucha della Tuscia racconta un trend più ampio: il ritorno ai fermentati, sì, ma reinterpretati attraverso il territorio.
E forse è proprio qui il punto.
Non si tratta più solo di bere qualcosa di ‘buono per il corpo’ (meno alcol, più attenzione alla qualità, al benessere e all’origine degli ingredienti), ma di scoprire nuove storie, storie di un territorio, anche dentro un bicchiere.