Il Gazometro è icona urbana e sfondo perfetto, ma dentro quella gabbia di ferro si nasconde una storia che pochi conoscono.

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Lo si vede spuntare dietro i palazzi dell’Ostiense come una gigantesca gabbia di ferro, perfetta per una foto al tramonto o per dare a Roma un’aria quasi berlinese. Eppure il Gazometro non è soltanto uno sfondo scenografico: dietro quella struttura cilindrica, oggi diventata una vera e propria icona urbana, si nasconde una storia tecnica, industriale e culturale che pochi conoscono davvero. Ma non è solo immaginario, è anche qualcos’altro. Cosa succede davvero lì dentro?

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Il Gazometro dell’Ostiense: il gigante di ferro che respirava gas

Il Gazometro dell’Ostiense non nacque per essere bello, ma utile. Costruito nel 1935 dall’Ansaldo di Genova e dalla Klonne Dortmund, entrò in funzione nel 1937 e divenne il più grande d’Europa: quasi 90 metri di altezza, 63 di diametro, 3.000 tonnellate di ferro e una capacità di 200mila metri cubi di gas. Una macchina urbana colossale, pensata per alimentare la città moderna.

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Dentro non c’era il vuoto che immaginiamo oggi. Il cuore del sistema era un enorme cilindro mobile che si alzava e si abbassava in base alla quantità di gas contenuta. In pratica, il Gazometro “respirava”: si gonfiava quando accumulava gas e si sgonfiava quando quel gas veniva distribuito per l’illuminazione pubblica e per gli usi domestici. La sua struttura metallica esterna serviva a guidare e sostenere questo movimento.

Era parte di un più vasto polo industriale nato lungo il Tevere, in una zona scelta per infrastrutture, trasporti e servizi urbani. Prima del grande Gazometro, tra il 1910 e il 1912 erano già stati realizzati tre serbatoi più piccoli.

Con la diffusione del metano, dagli anni Sessanta, il Gazometro perse la sua funzione originaria. Il grande cilindro interno scomparve e rimase lo scheletro: una rovina industriale, ma troppo potente per essere dimenticata. Il cinema lo capì prima di molti altri. Pasolini lo usò in Accattone, poi arrivarono Verdone, Özpetek, Placido: il “Colosseo industriale” diventò paesaggio emotivo di Roma.

Dagli anni Novanta, con la rinascita dell’Ostiense tra locali, ristoranti, pub e spazi culturali, il Gazometro ha cambiato pelle. Non produceva più gas, ma immaginario.

Oggi il Gazometro non è più soltanto una memoria industriale da fotografare: l’area recuperata da Eni è diventata un distretto dell’innovazione in cui ricerca, startup, formazione e cultura dialogano tra loro. Qui trovano spazio Eni 2050 Lab, dedicato alle tecnologie sviluppate nei centri di ricerca, Joule, la scuola per l’impresa e le startup sostenibili, e ROAD – Rome Advanced District, un laboratorio a cielo aperto sulla transizione energetica.

In circa 13 ettari dell’Ostiense si sperimentano soluzioni su decarbonizzazione, economia circolare, rinnovabili, efficienza energetica e smart city: il vecchio gigante del gas, insomma, è diventato una macchina per immaginare l’energia del futuro.

Photo Credits: Annarita Canalella