Già nell’antica Roma esistevano dei condomini. E avevano problemi che sembrano essere praticamente gli stessi di oggi.
Molto prima delle assemblee e dei reclami per i rumori dal piano di sopra, anche gli abitanti dell’antica Roma facevano i conti con i condomini, tra affitti pesanti, vicini invadenti e palazzi tutt’altro che sicuri. La vita urbana dell’Urbe non era fatta solo di ville eleganti e marmi splendenti: per molti, abitare significava stringersi in edifici affollati, rumorosi e spesso pericolanti. Ma com’erano i condomini della Roma Antica?
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Le insulae, i condomini verticali dell’Antica Roma
A Roma si chiamavano insulae, “isole” di mattoni circondate dalle strade. Al piano terra ospitavano botteghe, magazzini e attività commerciali; sopra, invece, si accumulavano stanze e appartamenti in affitto.
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La logica era opposta alla nostra: i piani bassi valevano di più perché erano comodi e più sicuri, mentre quelli alti toccavano spesso ai più poveri. Niente ascensori, poca acqua, scale faticose, fumo che saliva e stanze minuscole, le cellae, dove una famiglia poteva vivere compressa tra letto, pentole e pochi oggetti. La Roma monumentale esisteva, certo, ma la città più popolare era fatta soprattutto di case collettive, sovraffollate e rumorose.
Dove c’era bisogno di casa, c’era anche una certa speculazione. I proprietari guadagnavano dagli affitti, mentre gli inquilini avevano poche garanzie. Le crepe nei muri, i crolli e gli incendi erano paure reali: legno, lucerne, bracieri e scale strette potevano trasformare un palazzo in una trappola. Anche la privacy era un lusso: finestre aperte, muri sottili, odori, voci e oggetti gettati in strada facevano parte del quotidiano paesaggio urbano. Per mangiare ci si affidava spesso ai thermopolia, per lavarsi alle terme. La casa era piccola; la città, nel bene e nel male, diventava il vero soggiorno comune.
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