Patrizia Schiavo: “Roma deve diventare una metropoli multicentrica”

Nonostante la lunga crisi recessiva, la capitale d’Italia continua a essere una città culturalmente vivace, con un mare di proposte lodevoli e interessanti, pur nella […]
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Nonostante la lunga crisi recessiva, la capitale d’Italia continua a essere una città culturalmente vivace, con un mare di proposte lodevoli e interessanti, pur nella sua confusionaria, ma tradizionale, ‘caciara’

L’attrice Patrizia Schiavo, ‘pupilla’ e allieva prediletta di Carmelo Bene, oggi dirige il Teatrocittà: una realtà artistica di altissimo livello, coraggiosamente insediatasi in una difficile periferia della capitale: Torrespaccata. Nonostante le prime difficoltà, la Schiavo, insieme al suo gruppo, il Cnt (Compagnia nuovo teatro, ndr), ha ristrutturato faticosamente uno spazio da riqualificare, trasformandolo in una vera e propria ‘bomboniera’, molto particolare e accogliente. Un esempio di come non solo si possa, ma si debba tornare a lavorare con le periferie, per riuscire a cambiare le cose e a realizzare quel ‘decentramento’ di cui tanto si è parlato, nel corso dei decenni, ma del quale ben poco è stato realizzato. Un vero esempio da seguire, quello di Patrizia Schiavo: un’attrice splendida e una donna coraggiosa.

Patrizia Schiavo, come è nato questo suo tentativo di realizzare quel decentramento della cultura, finalizzato a portare il teatro anche nelle periferie romane? E’ un esperimento che sta funzionando? Oppure è un’utopia?

“Nel 2013 sono stata chiamata a far parte del Comitato di sviluppo locale (Csl) per il progetto di riqualificazione del quartiere ‘Le Piscine di Torrespaccata’. Ciò mi ha portato, nel 2016, a ristrutturare con la ‘Cnt’ (Compagnia nuovo teatro), il mio gruppo, un locale del Comune di Roma abbandonato e adibito a discarica, trasformandolo in uno spazio culturale. Questo è appunto, oggi, Teatrocittà: un centro di formazione e di ricerca. Da quel momento, siamo stati aperti alle realtà del territorio e non solo, attraverso laboratori, rassegne teatrali con spettacoli in ogni weekend, corti, documentari, incontri tematici sulla violenza di genere come ‘Frammenti al femminile’ e la rassegna ‘Parla con Lei’. Inoltre, abbiamo anche presentato e ospitato contest e workshop di danza contemporanea, i quali hanno ottenuto incoraggianti successi. Fin dall’apertura di questo spazio, letteralmente strappato all’abbandono e al degrado, sapevamo di dover affrontare notevoli difficoltà. Le ‘Piscine di Torrespaccata’ è un quartiere periferico di Roma, nel quale è necessario armarsi quotidianamente di coraggio e resilienza. Dopo la ristrutturazione – effettuata a nostre spese – e l’apertura di Teatrocittà, ci sentivamo un po’ in trincea e tentammo di reagire attraverso la cultura con le varie offerte formative che, da circa tre anni, proponiamo, in un territorio totalmente carente di stimoli, punti di ritrovo e di aggregazione per i ragazzi. La componente umana del quartiere è socialmente multiforme e multietnica. Notevole la persistenza del disagio familiare, della disoccupazione, della piccola criminalità e della dispersione scolastica. Ma il nostro modesto tentativo di riqualificazione ambientale attraverso la cura delle piante, la pulizia dei marciapiedi e dei portici, che portiamo avanti insieme alla ‘Palestra Popolare’, agli ‘artigiani del riuso’ di Restart e ad altre componenti del Csl, ha convinto gli abitanti limitrofi a una maggior attenzione e coscienza del ‘bene comune’. Aprire le porte ai ragazzi del quartiere e invitarli ad assistere gratuitamente agli spettacoli proposti, a confrontarsi con i coetanei che frequentano i nostri corsi, ha generato qualche atto di bullismo e di discriminazione, ma ha anche mostrato a molti di loro una valida alternativa alla strada, al ‘bivacco’, all’alienazione da sostanze stupefacenti o al bombardamento da stimoli elettronici. La nostra realtà sta cercando di incidere lentamente, ma costantemente, nel territorio. E questa è una delle spinte che ci motivano a proseguire. E’ certamente ancora un’utopia, senz’altro: restare fuori dalla perversa logica dei finanziamenti e delle sovvenzioni ci limita nel ‘fare rete’, nel collaborare con realtà che intendano vivere l’arte in ogni sua forma, come ‘mission’, come strumento di denuncia, come incontro/scambio di energie, stimoli, idee, confronto, discussione. Seppur utopica, si tratta di una trasformazione sociale che, almeno in parte, è realistica, dunque realizzabile”.

Cosa dovrebbe fare il Comune di Roma o l’assessorato alla Cultura di Roma Capitale per incentivare maggiormente il processo di decentramento culturale dalla ‘città vecchia’ alle periferie? In fondo, se ne parla sin dagli anni ’70 del secolo scorso, ma a parte qualche eccezione, non si è vista molta coerenza…

“A Roma sono molte le iniziative che partono dal basso, in ogni aspetto: dal volontariato, all’assistenza, dalla cura delle donne in difficoltà alla salvaguardia del territorio (penso ai numerosi gruppi Retake) e alle proposte di interventi socio-culturali. In molti casi, si tratta di sforzi immensi, che meriterebbero un riconoscimento adeguato, perchè in qualche modo suppliscono alla mancanza di atti concreti a favore del territori, offrendo spesso valide proposte a ‘costo zero’ per le istituzioni (Regione, Comune, Municipio). E’ vero: di decentramento culturale se ne parla dagli anni ‘70 del secolo scorso. Pippo Di Marca mi raccontava, quando è venuto a Teatrocittà, che ne parlava con Dacia Maraini proprio lì, nella nostra zona. Forse, abbiamo finalmente capito che Roma non è solo il centro, la ‘Civita vecchia’ appunto: diverse iniziative, come per esempio ‘l’Estate romana’, hanno cercato di considerare le periferie. Ma insieme al decentramento culturale dev’essere realizzato anche un effettivo decentramento politico, amministrativo, operativo. Roma è una metropoli ‘multicentrica’, in cui si può individuare un ‘centro’ in ogni municipio, considerando che il nostro, il VII, è grande quanto la città di Bologna. Come può il Comune di Roma, con le ‘altalenanti virtù’ della sua classe politica, gestire le problematiche di una città complessa, faticosa e contraddittoria? Oppure occuparsi di spazi concessi alla cultura in una delle innumerevoli ‘periferie X’, senza che ciò gli venga ordinato da un ‘potere forte’? Nel nostro municipio sono state recentemente portate a termine battaglie importanti: ‘cacciati’, finalmente, i Casamonica, Monica Lozzi, attuale presidente, è ancora in attesa che le venga delegata la diretta gestione degli spazi del Csl, il Comitato di sviluppo locale del quale anche noi facciamo parte. Una decentralizzazione effettiva consentirebbe una partecipazione più attiva da parte del Municipio: se l’assessore è sempre impegnato, potrebbe delegare consiglieri o persone di fiducia allo scopo di seguire il percorso di un progetto, come accade nella maggior parte dei Comuni, persino al sud talvolta. Noi continuiamo a essere come “tra color che son sospesi”. Senz’altro, una delibera che ci consegni, con maggiore ufficialità e garanzie operative, lo spazio, sarebbe fondamentale per completare i lavori di ristrutturazione, accedere a bandi privati, pubblici, regionali ed europei. Sarebbe più facile entrare a far parte delle reti culturali che si occupano di progetti come il nostro, cioè di riqualificazione di uno spazio assegnato dallo Comune stesso. Mi dicono che in Piemonte – e mi dispiace dover sempre guardare al nord – hanno creato una ‘Rete delle Case del Quartiere’, in cui singole realtà collaborano tra loro attraverso attività di ogni genere, per diffondere buone pratiche di innovazione sociale e di rigenerazione urbana, a partire dalle necessità dei territori finanziate dalla Regione Piemonte. E’ replicabile un progetto simile a Roma? Non è dato sapere…”.


Secondo lei, c’è un problema di scarsa sensibilità verso la cultura, a Roma? E’ solo un problema di risorse, oppure esistono vere e proprie ‘barriere d’entrata’ dei teatri più grandi e delle compagnie più affermate, che impediscono uno sviluppo delle attività più capillare e diffuso?

“A Roma c’è scarsissima sensibilità verso la cultura. E c’è scarsa cultura nel distinguere la cultura: l’uovo e la gallina; la destra e la sinistra; “la rava e la fava”. Insomma, nel riconoscere la qualità, tanto per intenderci. La mancanza di interventi a sostegno della cultura in generale e dello spettacolo in particolare è un problema diffuso a vari livelli: da un lato, si fanno tagli contro chi non merita, perché non è riuscito a replicare quanto previsto, benché così facendo si rischi di far chiudere teatri e compagnie con 30 anni e più di attività alle spalle; dall’altro, si continua a sostenere chi non avrebbe più molto da dire, ma che ormai è entrato nell’universo degli ‘intoccabili’. Certamente, Roma, come nessun’altra città d’Italia, nonostante la lunga crisi recessiva continua a essere una metropoli culturalmente vivace, con un mare di proposte lodevoli, alcune buone e interessanti, altre scarse, mediocri o dilettantesche: un’infinità di proposte dilettantesche. Tutti vengono a Roma come fosse ‘La Mecca’, per poi scoprire che la ‘città eterna’ non è più quella di una volta. In una megalopoli del genere dovrebbero esserci più opportunità. Spesso, mi capita di preparare attori/attrici per l’ingresso nelle varie Accademie: solo quest’anno, si sono presentati più di mille candidati per il Centro sperimentale e più di 800 per l’Accademia. E dopo? Cosa faranno? Dove vanno a finire questi 1.800 che, ogni anno, non vengono presi? Si riverseranno nelle varie scuole, o si offriranno a destra e a manca a costo zero, o addirittura pagando pur di fare esperienza. Tutto ciò va a scapito degli attori e della qualità delle offerte. Proposte qualitativamente valide vengono spesso sommerse dal ‘mare magnum’ della ‘qualunque’, o dall’idea di incentivare un teatro ‘giovane’ che, spesso, manca dei prerequisiti essenziali. Certamente, le risorse non sono equamente utilizzate, da sempre. E nelle fasi di crisi, i ‘pesci grossi’ mangiano quelli piccoli. Non possiamo fargliene una colpa: è una legge di natura. Ma sul versante di chi gestisce il denaro pubblico dovrebbe esserci una maggior consapevolezza, una conoscenza e una competenza spesso completamente assenti. E’ vero che, in passato, ci sono state un’infinità di abusi illegittimi e immeritati del denaro pubblico, ma oggi, se vuoi ottenere un finanziamento, devi far parte della categoria dei ‘pesci grossi’, altrimenti sei costretto ad affidarti con pazienza alla tue capacità di resilienza, continuando a nuotare ‘controcorrente’ nella speranza di non essere fagocitato”.

 

Cosa ‘bolle in pentola’ per la nuova stagione 2019-2020 del suo Teatrocittà?

“Quest’anno, al di là dei nostri vari progetti formativi e dell’ormai consolidato contest di danza contemporanea per artisti emergenti e delle compagnie che hanno insistito per venire da noi, ci concentreremo prevalentemente sulle nostre produzioni. Apriamo i battenti il prossimo 5 e 6 ottobre con l’approdo di uno dei miei laboratori, dal titolo: ‘Area interdetta’. Si tratta di un ‘multiverso’ di detenute, ex prostitute e citazioni varie, tra cui ‘Fight club’, ‘Le ragazze interrotte’ e ‘Chicago’. Poi ospiteremo il Teatro Gamma di Catania, intorno alla prima settimana di novembre, con ‘Diario intimo di una cameriera’ di Mirbeau, per la regia di Gianni Scuto. Una commedia divertente e irriverente, in cui l’erotismo si esprime in giochi grotteschi, senza tempo, con quattro scatenatissimi attori che riescono a far rivivere una quantità di figure così stranamente umane e così irrimediabilmente stravaganti da ossessionare e far sentire tutta la tristezza e la comicità d’essere uomini. In seguito, sarà la volta di ‘Quei due sul tram’ di Dino Armas, per la regia di Monica Hutton, in cui un vedovo malinconico e una giovane combattente e sognatrice si conoscono accidentalmente su un tram e rimangono coinvolti in una serie di eventi inaspettati e divertenti. ‘Bisogna ridere di tutto e persino delle lacrime, perché c’è del tragico nel comico e del comico nel tragico’, sostiene Dino Armas. Nato in Uruguay, pluripremiato con più di sessanta commedie presentate a Chicago, New York, Washington, Miami, San Paolo, Cordoba, Roma, Bologna e Madrid, questo grandissimo artista ha deciso di tornare, per l’occasione, in Italia. Intorno al tema, a me caro, della cosiddetta ‘auto-ironia-biografica’, con ‘La sindrome del terzo panino’ (30 novembre/1 dicembre 2019) di e con Gianluca Marinangeli, troveremo, densa di momenti esilaranti, ma anche fortemente commoventi, una presa di coscienza ironicamente tragica dell’esistenza in tutte le sue sfaccettature. Un appello toccante e appassionato ad affrontare la vita così com’è. Seguirà ‘Le donne baciano meglio’ di e con Barbara Moselli e la regia di Marco Taddei, reduce dai ‘Giardini della Filarmonica’, ultimo caposaldo rimasto dell’Estate romana, che racconta con semplicità, ironia, senza vergogna o paura del giudizio, l’epifania dell’autrice-attrice, partendo da quando ha preso in mano la sua vita e ha accettato di essere lesbica. Ironico e stravagante, tocca il tema dell’innamoramento e della metamorfosi personale, utilizzando il palcoscenico come grande camerino all’aperto. Una novità di quest’anno: la musica d’autore, con concerti di Piero Brega e Giampiero Mazzone. Piero Brega https://it.wikipedia.org/wiki/Italia, è un musicista molto apprezzato per l’originale fusione di elementi etnici e tradizionali con sonorità progressive e jazz e con la musica d’avanguardia che aveva contraddistinto il Canzoniere del Lazio, di cui Brega fu animatore e voce solista come nell’opera di Giovanna Marini. Giampiero Mazzone autore e compositore, collabora con tanti musicisti, tra i quali la Nuova Compagnia di Canto Popolare, Nada e gli Avion Travel. Nel 1998 vinse il Premio speciale della critica e della Siae a Recanati. Nel 2002 ha prodotto ‘L’avvicinamento’: un importante lavoro discografico tra musica d’autore, jazz e matrice popolare. Per due anni consecutivi (2002 e 2003), inoltre, ha vinto il Premio De André”.


Si vocifera anche di un suo nuovo lavoro, alquanto trasgressivo, riguardante il rapporto del maschio italiano con il proprio organo genitale, dal titolo, ‘Il laboratorio del pene’, dopo aver presentato, negli anni scorsi, uno spettacolo simile dedicato all’organo femminile e intitolato ‘Il laboratorio della vagina’, che ha incontrato un grande successo di pubblico: ce ne vuole parlare?

“Il ‘Laboratorio del pene’ nasce, infatti, come naturale conseguenza de ‘Il laboratorio della vagina’, non tanto con l’idea di creare un ‘sequel’, quanto d’indagare l’altra faccia della ‘medaglia’, compiendo un salto di paradigma, cambiando prospettiva, muovendoci sempre tra il serio e il faceto, il goliardico e la polemica, con irriverenza, comicità e denuncia. Al posto della vagina, questa volta processeremo il pene, anche ‘lui’ oggetto di desiderio, di ironie e mistificazioni in quanto simbolo maschilista e patriarcale, strumento di potere per eccellenza. Durante la registrazione di un programma televisivo dal titolo, per l’appunto: ‘Il laboratorio del pene’, anche quì in compagnia di un totem, un idolo primitivo falloforme, come con le vagine, mi presenterò in veste di conduttrice-sessuologa, al fine di accompagnare sei ospiti in un percorso rivolto alla liberazione dagli stereotipi, dalle inibizioni, dall’ansia da prestazione, dalla cultura patriarcale. Un viaggio collettivo in cui gli ‘ospiti-attori’ si confessano, si confrontano, analizzano la dottrina fallocentrica per mettere in discussione la nostra cultura, ancora troppo maschilista e sessista”.


Si tratta di un’indagine intellettuale come in ‘Io e Lui’ di Alberto Moravia, oppure di una scherzosa messa alla berlina del maschio latino e delle sue ‘piattezze’ subculturali?

“No, nessuno dei personaggi del mio testo, ideati peraltro dopo un lavoro di immaginazione e di sintesi, di interviste e di incontri di laboratorio, soffre della sindrome del protagonista di Moravia. Nessuno di loro è così grottescamente sottomesso al potere del proprio fallo al punto da sentirne la subdola voce dialogare con il proprio ‘Io interiore’, costorngendolo persino a prenderlo a ‘sberle’ pur di placarne le incontenibili erezioni. Certo è che la psicoanalisi lo ha posto al centro della vita mentale: basti pensare che molto prima, ai tempi dei Romani, le dimensioni del pene addirittura favorivano la carriera militare. E primeggia anche nel linguaggio: 1047 sinonimi (40 più della vulva), per esprimere i concetti più disparati: dalla forza (cazzuto), all’imbecillità (cazzone). Il motore di fondo è certamente una messa in discussione del ‘gallismo maschile’, che diventa messa alla berlina quando si toccano, allo scopo di sfatarli, alcuni inevitabili stereotipi: le dimensioni, la masturbazione, l’ansia da prestazione.  Il fallo viene analizzato da diversi punti di vista: emblema di vulnerabilità, quando ironicamente emergono le debolezze, ma anche di virilità e di potere generativo, quando si tratta di ritrovare fiducia e coraggio attraverso un rituale, indossando, secondo le antiche tradizioni, i ‘falli priapici’. Esso è inoltre uno strumento di conflitto, prevaricazione, violenza, talora inflitta altre volte subìta, perchè anche il maschio è vittima di violenza, pur se non come e quanto la donna. L’abuso ‘tribale’ per essere ammesso dalla parte dei ‘forti’ continua a essere perpretato non solo nel sud del mondo: omofobia e pedofilia continuano a mietere vittime al di là del genere. Si tratta, insomma, di un altro modo di dire ‘No’ alla violenza, per mettersi in discussione, per confrontarsi al di là dei generi, per vincere l’indifferenza”.