Laura Guercio: “E’ nato un nuovo network dalla parte dei bambini”

Nasce la Rete delle Università per la protezione dei minori nei conflitti armati, per garantire loro il diritto all’istruzione, a crescere e a vivere nei […]
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Laura Guercio: “E’ nato un nuovo network dalla parte dei bambini”

Nasce la Rete delle Università per la protezione dei minori nei conflitti armati, per garantire loro il diritto all’istruzione, a crescere e a vivere nei teatri di crisi e in ogni angolo del nostro pianeta

Universities Network for Children in Armed Conflict: è questo il nome della prima ‘Rete accademica internazionale per la protezione dei bambini in conflitto armato’. Una realtà istituita con il coinvolgimento di oltre 40 Università e istituti di ricerca di diversi Paesi dell’Unione europea, dell’Africa, dell’America del nord, dell’America latina e del Medio Oriente. Un nuovo attore internazionale, che agisce come un moltiplicatore di forze. Intelligenze e anime che lavorano sinergicamente, per l’implementazione di obiettivi raggiunti con strumenti internazionali, quali: la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo; il Protocollo opzionale sul coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati; la storica Risoluzione n. 1325 del 2000 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su ‘Donne, pace e sicurezza’.

Settimane accademiche, tavole rotonde, seminari di studio e di approfondimento, nonché progetti di cooperazione: grazie a queste e a molte altre attività,la Rete sta già crescendo giorno dopo giorno, coniugando ricerca scientifica e umanità. Tra le prossime iniziative, Universities Network for Children  ha organizzato, per il 9 marzo 2021, il Webinar: ‘Children affected by armed conflict: safeguarding their rights to education and ensuring schools are safe’. Un evento ‘co-organizzato’ dal ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale e ‘co-sponsorizzato’ dalla Norvegia e dal Group of Friends of Children and Armed Conflict (Caac), nell’ambito della 46a Sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.

foto di Sergio Iovino

In tale contesto, ricercatori, rappresentanti di numerose istituzioni, le Nazioni Unite e associazioni della società civile individuano e analizzano quegli strumenti scientifici e giuridici necessari a mitigare l’impatto dell’attuale pandemia da Covid 19 sui minori in conflitto armato e sulla loro scolarizzazione. Il Webinar prevede la partecipazione, tra gli altri, della Viceministra degli Affari esteri, Marina Sereni e della Rappresentante speciale delle Nazioni Unite per i bambini e i conflitti armati, Virginia Gamba.

Per seguire l’evento, cliccare sul seguente link: https://bit.ly/2O4fJ3E .

Per approfondire ulteriormente come si sta muovendo questa nuova Rete accademica internazionale e per comprendere meglio l’importanza dell’evento, abbiamo avuto modo di incontrare la professoressa Laura Guercio, rappresentante del network e moderatrice del Webinar del prossimo 9 marzo.

Laura Guercio, come si possono tutelare i minori nei conflitti armati, in un contesto ancor più aggravato dall’attuale pandemia planetaria?

“La pandemia da Covid 19 non discrimina e non si ferma per i bambini e le bambine che vivono in un conflitto armato, sotto la costante minaccia i bombe e colpi di pistola. Al contrario, la pandemia evidenzia ancor di più l’impatto catastrofico delle guerre nei confronti dei minori, poiché il Covid 19 ha colpito popolazioni che vivono in zone di guerra in cui 1 su 5 è un bambino e dove oltre 70 milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle loro case. Non è mai stata così vera e sentita come ora la necessità di un volontà politica che, con urgenza, agisca per proteggere i minori. Come ha evidenziato il Rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per i bambini e i conflitti armati nel suo Rapporto annuale al Consiglio dei diritti umani – relativo al periodo dicembre 2019-dicembre 2020 – la pandemia da Sars-Cov 2 ha esacerbato la vulnerabilità dei bambini rispetto alle gravi violazioni perpetrate durante le situazioni di conflitto armato e ha limitato la realizzazione dei loro diritti. Mentre i bambini hanno continuato a subire le conseguenze di guerre atroci, l’epidemia ha avuto un impatto negativo sull’effettiva protezione dei loro diritti all’istruzione e alla salute, nonché il loro accesso alla giustizia, ai servizi sociali e agli aiuti umanitari. La chiusura delle scuole, per esempio, ha reso l’infanzia ancor più vulnerabile ad altre gravi violazioni, in particolare al reclutamento militare e, purtroppo, anche agli abusi”.

C’è differenza tra il numero di bambini e quello delle bambine che subiscono abusi e violenze nelle ‘war zone’ o nei vari ‘teatri di crisi’?

“Le violenze subite dai minori in situazioni di conflitto armato sono le stesse per bambini e bambine. Certo è, però, che diverse sono le specificità e le esigenze: le parti in conflitto spesso trascurano di proteggere i bambini nella condotta delle ostilità. E negano loro l’aiuto vitale di cui hanno disperatamente bisogno. Come precisato dall’Ufficio del Rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per i bambini e i conflitti armati, la tragedia che essi devono affrontare è continuata senza sosta per tutto il 2019, anno durante il quale le Nazioni Unite hanno verificato oltre 25 mila gravissime violazioni contro l’infanzia. Migliaia di ragazzini e ragazzine hanno continuato a subire violenze sessuali e, sebbene 735 casi siano stati verificati, queste violazioni sono ampiamente sottostimate. Fattori come l’impunità per gli autori e la mancanza di accesso alla giustizia, paura dello stigma e mancanza di servizi per i sopravvissuti, sono in larga parte le cause della sottostima. I maggiori incidenti si stanno verificando nella Repubblica democratica del Congo (Rdc), in Somalia e nella Repubblica centrafricana. Sebbene questi crimini coinvolgano bambine e bambini, le prime sono quelle più esposte, sia perché appartengono al genere femminile, che in ogni guerra è, tra le parte sociali, quello più vulnerabile, sia perché in molte culture, di carattere patriarcale, sono più facilmente oggetto di discriminazioni e atti violenti”.

Quali sono, a suo avviso, gli strumenti legali ai quali la comunità scientifica internazionale e le istituzioni possono ricorrere per proteggere i minori?

“Voglio ricordare che il 2020 ha segnato il 20esimo anniversario del ‘Protocollo opzionale’ alla Convenzione sui diritti dell’infanzia sul coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati (Opac), che è uno degli strumenti internazionali a tutela dei minori nelle ‘war zone’ e nelle guerre civili. Accanto a questo, vanno ricordati molti strumenti giuridici internazionali emanati, negli anni, a difesa dei bambini coinvolti nei conflitti, tra le quali: le Convenzioni di Ginevra del 1949; la Convenzione per i diritti dei bambini del 1989; l’African Charter on the Right and Welfare of Child del 1999; la Risoluzione n. 1325 del 2000; l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, che offre un’opportunità unica per realizzare un mondo in cui tutti i bambini siano liberi dallo sfruttamento. Altresì, occorre ricordare lo Statuto della Corte penale internazionale (Cpi) del 1998, che include nell’elenco dei crimini di guerra che rientrano nella giurisdizione della Corte medesima il coinvolgimento attivo nelle ostilità dei minori di 15 anni; il loro reclutamento nelle Forze armate nazionali durante un conflitto armato (art. 8, par. 2b [xxvi]); nelle Forze armate nazionali e in altri gruppi armati durante un conflitto armato non internazionale (art. 8, par. 2e [vii]). Il problema è rendere questi strumenti effettivi. E su questo intende lavorare il network”.

Il Webinar del 9 marzo, dal titolo ‘Garantire il diritto all’istruzione e scuole sicure per i bambini nei conflitti armati’, vede la partecipazione di importanti rappresentanti istituzionali di Nazione Unite, Croce Rossa e Unicef, tante realtà diverse, ma unite in una stessa causa: può spiegarci come?

“L’agenda della protezione dei minori nei conflitti armati è multidimensionale, dunque richiede la sinergia di diverse realtà. Il network ha determinate ‘expertise’, ovviamente di carattere accademico, ma è anche consapevole di dover affrontare anche quelle che non sarebbero, in via generale, le proprie aree di indagine. Credo che questa consapevolezza sia fondamentale, per creare sinergie di lavoro e fare sistema tra più istituzioni internazionali. Nel mondo della tutela dei diritti umani vi è spazio per chiunque voglia mettere al servizio della causa la propria professionalità e serietà: l’importante è fare rete”.

Quali saranno le prossime iniziative in programma e come sarà possibile seguirle?

“Universities Network for Children in Armed Conflicts (Unetchac), in pochi mesi ha riunito oltre 40 tra Università internazionali e centri di ricerca di Paesi Ue, dell’area balcanica, Africa, del Nord America, dell’America Latina e del Medio Oriente, per affiancarsi con approfondimenti e specifiche ricerche alle Nazioni Unite, alla Croce Rossa internazionale, agli Organismi internazionali e alle Ong che operano sul campo. L’obiettivo è quello di migliorare la protezione sociale e legale delle bambine e dei bambini coinvolti in conflitti armati, nell’ottica di rendere attuabile l’obiettivo n. 17 di ‘sviluppo sostenibile’ che si è prefissato l’Onu per il 2030:  adottare misure efficaci per garantire l’eliminazione delle forme peggiori di lavoro minorile, tra cui l’uso e il lavoro dei ‘bambini-soldato’. L’Unetchac è un movimento accademico di grandi dimensioni, che ha debuttato lo scorso 16 novembre 2020 con la conferenza ‘Giving Hopes to Girl Children in Armed Conflict’, con il sostegno del nostro ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale. La Conferenza, nei vari ‘panel’, ha visto la partecipazione di numerosi esperti giuridici internazionali. E il successivo approfondimento, indetto dall’Unetchac, si è concluso con una conferenza finale tenutasi il 20 novembre, in cui sono state tracciate le future finalità operative. Da quel momento, il network sta lavorando su diversi aspetti per far sì che la tematica di minori in conflitto armato sia una questione che abbia sempre più spazio nei diversi percorsi di studio: che siano quelli giuridici – penso, ovviamente, agli insegnamenti di diritto internazionale o a quello dei diritti umani o a quello del diritto internazionale umanitario – oppure quelli medici, sociologi e statistici. Stiamo peraltro lavorando e confrontandoci anche con l’Ufficio del Rappresentante speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per i bambini e i conflitti armati, per la realizzazione di una serie di Masters e corsi di specializzazioni che, indirizzati alle diverse professionalità e settori scientifici, possano essere attivati dalle Università del network”.

Intervista di Vittorio Lussana