Intervista a Flavia Fratello: “La politica non è tifoseria calcistica”

Secondo una delle giornaliste deontologicamente più corrette del nostro mondo dell’informazione, i ‘talk show’ troppo spesso si trasformano in ridicoli ‘schiamazzi’ televisivi, che impediscono la comprensione e l’approfondimento di contenuti, generando partigianeria

 

 

Flavia Fratello è una collega milanese che appartiene a ben altra e più elevata categoria, rispetto a quanto vediamo ogni giorno in televisione. Il suo percorso professionale cominciò con Video Music, il popolare canale televisivo di videoclip musicali che, negli anni ’80 del secolo scorso, ha accompagnato molti di noi come un fedele amico sempre presente, giorno e notte. Dopo la fusione di Vm con Telemontecarlo, la promettente Flavia ha cominciato a condurre, assai bene e senza deliri, un programma di approfondimento politico, cominciando a dimostrare tutte le sue doti di equilibrio ed eleganza. Con la trasformazione di Tmc in La7, la Fratello ha cominciato stabilmente il suo lavoro da reporter televisivo per il telegiornale diretto da Enrico Mentana, anche se, periodicamente, viene chiamata a condurre trasmissioni come ‘Omnibus notte’ e, dal settembre 2013, il ‘TgLa7 – Night desk’. Graziosa e sempre bene informata, Flavia è una giornalista deontologicamente esemplare: la sua conduzione è serena ma ferma, totalmente incentrata ad approfondire contenuti e materie anche molto complesse, senza mai trascendere nella sguaiatezza delle contese ‘rusticane’. Abbiamo voluto incontrarla proprio per riuscire a comprendere dove stia andando un certo settore dell’informazione televisiva, quello dei ‘talk show’, sempre più nel ‘mirino’ della critica per le continue polemiche gratuite, che impediscono ogni reale funzione di informazione e riflessione su ciò che avviene, quotidianamente, nel mondo politico italiano.

Flavia Fratello, cominciamo dalle feste natalizie, ormai incombenti: dove trascorrerai il Natale quest’anno? Non dirmi che lavori…

“Si, lavoro. A parte il giorno di Natale e quello di Santo Stefano, lavoro. Anche a capodanno e, dunque, sarò a Roma. La cosa non mi dispiace affatto, però: sono un po’ scaramantica e credo che “ciò che si fa a Capodanno, si fa poi per tutto l’anno”. Pertanto, meglio lavorare”.

Da un punto di vista deontologico, è corretto continuare a proporre in televisione dei ‘talk’ in cui lo ‘schiamazzo’ sembra farla da padrone?

“Non ho alcuna passione per lo ‘schiamazzo’ e, secondo me, si scredita da solo. Non tirerei in ballo l’etica: basta, talvolta, il senso del ridicolo”.

Ma accettare in studio esponenti politici che promuovono vera e propria demagogia e disinformazione è normale, secondo te?

“Ognuno è libero di dire ciò che vuole. Detto questo, credo fermamente che il compito del giornalista a cui è affidata la conduzione di un talk o di un’intervista, sia quello di confutare le evidenti falsità. Mi spiego: se tu dici che il sole sorge a nord, è mio dovere sottolineare che si tratta di una falsità. Ma se tu sostieni che l’alba ti mette tristezza, io non ho nulla da obiettare: è una tua legittima opinione. Il problema è che, spessissimo, non solo le persone che vengono intervistate non tollerano che li si metta di fronte alle loro bugie, ma il pubblico stesso, da casa, s’infastidisce. Ormai, chi guarda i ‘talk’ lo fa con uno spirito partigiano, da curva da stadio, da tifoso. Dunque, se ti permetti di contraddire il loro ‘beniamino’, vieni automaticamente accusata di essere di parte, anche se non è affatto vero. E per un malinteso senso di neutralità, o perchè non sanno ribattere alle falsità, molti colleghi spesso non correggono ciò che viene detto”.

Matteo Salvini ha praticamente vissuto per anni negli studi televisivi, anche quando non era portatore di notizie particolari: non abbiamo sbagliato qualcosa noi addetti ai lavori, soprattutto nel mantenerlo troppo a lungo al centro della scena?

“Matteo Salvini aveva molto da dire, in realtà: rappresentava un modo di ragionare e di vedere le cose che, per quanto si possa ritenere discutibile e minoritario, appartiene a una parte degli italiani. Non solo: la sua voce era ‘diversa’, ‘altra’ rispetto a tante, dunque funzionale al fine della contrapposizione dialettica. Che poi, ora, dica cose diverse è un problema suo. Compito del giornalista, ovviamente, è farlo notare”.

Si annuncia un’altra fase di centrodestra al potere: cosa ne pensi? Siamo nei normali ambiti della democrazia dell’alternanza?

“Sì. Fatta salva la modifica della legge elettorale, sì”.

Le critiche di estremismo e di fascismo verso le forze sovraniste sono eccessive?

“Non sempre: in molti casi sono circostanziate e fondate. Le istituzioni democratiche e, soprattutto, il rispetto assoluto della Costituzione dovrebbero essere un ‘faro’, una guida per evitare derive. Impegnarsi a rispettarle e farle rispettare dovrebbe essere un argine”.

Quello di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni è solo un ‘richiamo della foresta’ di tipo elettorale, oppure corriamo veramente il rischio che, su alcuni temi, si torni alla contrapposizione ideologica radicale e all’isolamento internazionale dell’Italia?

“Non lo so. Sicuramente, quando si è all’opposizione e in perenne campagna elettorale, si tende ad alzare i toni e a estremizzare certe proposte. Ripeto: l’unico modo è vigilare e costringere chiunque venga eletto al rispetto dei dettami costituzionali”.

Dove ha sbagliato Matteo Renzi, negli anni scorsi? Ha introdotto il reddito di inclusione troppo tardi? Ha azzardato il ‘colpaccio’ del Partito della Nazione senza riuscirci? Oppure ancora, il vero errore è stato il ‘Jobs Act’?

“Renzi ha sbagliato quando ha polarizzato tutto il dibattito politico intorno alla riforma costituzionale, dando l’idea di non occuparsi più del resto. Non solo: pur avendo, quella riforma, aspetti assolutamente condivisibili, era in molte parti scritta male, difficilmente comprensibile. Da lì, inesorabile è iniziato l’offuscamento: prima la radicalizzazione e la personalizzazione dello scontro; in seguito, la perdita della simpatia popolare, la percezione – non sto dicendo se giusta o sbagliata – che non lavorasse più per la nazione, ma per il suo gruppo di potere. E quelle che erano state riforme come il ‘Jobs Act’, già difficilmente digeribili per alcuni, lo sono diventate per molti”.

La sinistra italiana sembra destinata a diventare minoritaria come il villaggio di Asterix, senza neanche l’ausilio della pozione magica: è un’immagine scherzosa, ma eccessiva?

“Dipende da cosa si intende per sinistra italiana. Comunque sì, se facciamo riferimento a Partiti come ‘Liberi e Uguali’, per esempio, mi sembra evidente che si stiano confinando in una sorta di ‘riserva indiana’. Ma questo non significa affatto che, in Italia, non vi sia più gente che si riconosce in certi valori e in certi ideali. Io proverei ad allargare il campo chiamandoli ‘Progressisti’, da contrapporre ai ‘Conservatori’. Perchè se ci si pensa, i ‘sovranisti’, di fatto, questo sono: dei conservatori ossessionati da tradizioni e radici pseudoculturali, molto diffidenti nei confronti delle novità”.

Ti rivolgiamo i nostri migliori auguri di buone feste e i nostri complimenti per la mole di lavoro che affronti ogni giorno: ti fa piacere essere stimata dai colleghi?

“Beh, sì. Certo: mi fa molto piacere, anche se non significa che io, questa stima o approvazione, me la vada a cercare appositamente. Grazie per gli auguri e buone feste a tutti voi”.