È in uscita su tutte le piattaforme digitali il primo lavoro in studio del cantautore abruzzese, accompagnato dal videoclip della title track ideato e realizzato dallo stesso artista

In questi giorni esce Cattivi praticanti’, il primo album del cantautore abruzzese Ianez. Un disco che si configura come una mappa delle fratture sociali, politiche ed emotive del presente, osservate con uno sguardo lucido e disincantato. In contemporanea è disponibile anche il videoclip della title track, che racconta il cortocircuito tra lavoro, identità e consumo. Prodotto e masterizzato da Satellite Rec di Fabio Tumini, il progetto si muove in un territorio ibrido, dove cantautorato, elettronica, rock e spoken word convivono in equilibrio. La tracklist include i singoli pubblicati negli ultimi anni, qui ripensati e rimasterizzati, insieme all’inedito che dà il titolo al disco. Sia come sia, Cattivi praticanti’ attraversa le contraddizioni del dibattito contemporaneo, mettendo a fuoco l’ipocrisia diffusa e la superficialità del moralismo: “Un disco che non cerca redenzione e non offre soluzioni: preferisce stare dalla parte dei dubbi e delle parole che non chiedono il permesso per essere pronunciate”, ci spiega l’artista, durante l’intervista che ci ha rilasciato per il lancio del videoclip.

Allora, carissimo Ianez, siamo arrivati al traguardo del primo album: sei contento?

“Sì, sono contento. Anzi, “siamo” contenti, tutti noi che lavoriamo, ormai da qualche anno, a questo progetto. Il primo album, come ogni priva volta, è un’emozione che non riproverai mai più: devi godertela tutta, perché è speciale. In secondo luogo, è una prova di coerenza: ti identifica e ti mette a nudo davanti al pubblico. Un album dice chi sei. E quando dici chi sei, ti stai davvero mettendo in gioco”.

Innanzitutto, spiegaci da dove viene queo tuo nome d’arte, Ianez: ha qualche riferimento con il braccio destro di Sandokan, partorito dalla penna di Emilio Salgari? Oppure, no?

“Esatto: Ianez ha un riferimento con il corsaro amico di Sandokan. È un modo per omaggiare la letteratura e anche un gioco con il mio cognome: “Iannone”. Questa è la risposta ragionata: la motivazione reale è quella di un soprannome inventato da amici di vecchia data, in seguito divenuto il mio nome d’arte”.

Tu avevi già cercato una tua strada come scrittore, dato che, alcuni anni fa, avevi pubblicato un buon romanzo ‘noir’: perché questo approdo alla musica? Oppure, vuoi muoverti su un doppio binario?


“In realtà, il mio romanzo ‘Sette foglie di Oleandro’ (Lupieditore 2018), arrivava in un momento di pausa dalla musica, dopo il doloroso scioglimento di una band nella quale cantavo. Avevo sempre scritto testi ed è stato quasi un esperimento: “Comunicare senza limiti metrici, di spazio, di tempo”. La musica, invece, è con me da quando ero giovanissimo. Sono stato membro di un paio di formazioni ‘metal’ per poi iniziare un percorso di ricerca di stile personale, che mi permettesse di esprimermi sia musicalmente, sia valorizzando i miei testi. Questa ricerca mi ha fatto conoscere tante belle persone e musicisti eccezionali, come Gigi De Rienzo dei ‘Napoli centrale’, che mi ha arrangiò il brano ‘Eri Distratta’: il primo brano scritto da me passato in radio”.

Parliamo di ‘Cattivi praticanti’: perché questo titolo? Di cosa si tratta? Di un ‘concept album’?

“Non è un concept. Però, c’è un ‘filo rosso’: la tematica sociale/politica con un pizzico di sarcasmo. L’album raccoglie i singoli pubblicati in precedenza e ‘Cattivi praticanti’ è la title track: un brano che racconta il moderno mondo del lavoro, dove la semantica cambia, ma gli schemi sono sempre gli stessi. Nel brano, immagino il giorno in cui i ‘randagi’ si accorgono di essere solo degli strumenti in funzione dell’ingranaggio economico e si ribellano, sconvolgendo il sistema. Un sistema che valuta le persone in base alla loro utilità, in una società divenuta totalmente opportunista. I ‘Cattivi praticanti’ sono quelli che parlano bene, o che sono come te. Ma tu, per loro, sei solo una pedina sacrificabile”.


Abbiamo letto che tutto è nato da un incontro con Fabio Tumini e il bassista, Lorenzo D’Annunzio: dunque è vero che, anche per i progetti ‘solisti’, ci vuole un gruppo affidabile di musicisti?

“Non so se sia una verità assoluta, ma per me sì. Lavoriamo assieme, a volte partendo dal testo, a volte dalla base: più idee e più punti di vista sull’evoluzione di una canzone. La musica unisce. E la musica fatta insieme a questi musicisti, prima di tutti amici, è quella che mi piace fare”.

Tu incroci cantautorato, elettronica e rock: è un caso, una tendenza naturale, oppure il frutto di un tuo percorso di formazione e di conoscenza in campo musicale?

“E’ il frutto di un percorso di formazione: ascolto molta musica, che va dal cantautorato, all’elettronica passando dal jazz al metal. Musica nuova e vecchia: sono musicalmente onnivoro. Ma nei miei brani ci sono, ovviamente, anche le influenze di Fabio e Lollo, che definiscono lo stile del progetto”.

I testi sono alquanto impegnati, se non proprio critici: sei sicuro che il pubblico sia pronto ad accogliere verità scomode? Oppure ti dirigi verso un target giovanile alla ricerca di un Maestro o, comunque, di un suggeritore?

“Non mi sono mai posto il problema: non saprei scrivere d’altro e in modo diverso. Critico il mio tempo, la società, la politica: parlo di amore e di guerra. Il cantautorato italiano è storicamente di protesta, ma più che voler insegnare qualcosa a qualcuno, mi piace pensare che in un brano possa esserci la descrizione di un periodo: la foto ‘acida’ di una parentesi di Storia”.

Un’ultima domanda: come intendete, tu e i tuoi collaboratori, proporre al pubblico ‘Cattivi praticanti’? Con un tour estivo di concerti? Con una serie di serate?

“In questi giorni, ci stiamo organizzando per una serie di ‘live’, ma ci sono anche in ballo contest e festival. Presto, faremo uscire tutte le date sui nostri canali social. Grazie e a presto”.

Intervista di Vittorio Lussana