Intervista a un’attrice che, nei mesi scorsi, ha fatto parlare di sé per la sua notevole performance sul palco del Teatro ‘Ugo Betti’ di Roma: una sorta di ‘vox populi’ che dal quartiere Balduina è arrivata sino a noi e che proprio non potevamo ignorare

Nei mesi scorsi, è andato in scena, presso il Teatro ‘Ugo Betti’ di Roma, lo spettacolo il ‘Duello’ di Luigi Cerri. Un atto unico che ha segnalato la notevole performance di Francesca Romana Cerri, bravissima nell’interpretare sul palco un intenso confronto psicologico con il proprio analista, interpretato da Tommaso Barbato, al fine di analizzare le zone più oscure della mente. Più che uno spettacolo narrativo in senso tradizionale, la pièce ha ricostruito un’esperienza sospesa tra analisi e sogno, dove realtà e inconscio si confondono. Al centro della scena: una seduta di psicoanalisi. Da una parte, lo psicanalista, interpretato da Tommaso Barbato; dall’altra, la paziente, Francesca Romana Cerri, nel ruolo di una donna inquieta e magnetica, che racconta con crescente trasporto frammenti di presunte vite passate. Nel corso dello spettacolo, le visioni della protagonista sono emerse con una forza tale da incrinare progressivamente la razionalità della seduta, trascinando il pubblico in un viaggio travolgente tra realtà e memoria. Un testo veramente interessante, tutto imperniato sull’ambiguità tra il racconto della donna, frutto di un delirio e le tracce dei suoi vissuti precedenti. Il vero ‘Duello’ era cioè quello rappresentato dalla dissociazione tra queste due donne, senza una diagnosi definitiva, lasciando intatta la tensione tra il razionale e i ricordi. Fino a quando la seduta esplode letteralmente in un raptus violento con l’aggressione dello psicanalista, spezzando il fragile equilibrio tra terapeuta e paziente. Un duello nel duello, dunque: uno spettacolo nello spettacolo. Ma è nel finale che la rappresentazione ha lasciato la sua immagine più potente, con la scena che ricomincia da capo in una struttura ciclica, che trasforma la terapia in un ‘loop’ infinito, mentre le luci sfumano lentamente e cala il sipario. Un ‘duello’ che ha evocato il tema del difficile equilibrio fra ragione e follia: una scissione della coscienza e l’emersione dell’inconscio, assai ben rappresentato dall’attrice in scena, che abbiamo voluto incontrare assolutamente.

Francesca Romana Cerri, di recente ti abbiamo vista protagonista dello spettacolo ‘Il duello’, un atto unico relativo a una ‘strana’ seduta psichiatrica, dove hai voluto portare in scena una donna in pieno delirio: perché?
“Abbiamo portato in scena questo testo poiché, quando me lo inviò l’autore, Luigi Cerri, che è anche mio fratello, ho pensato che fosse molto attuale, avvincente e moderno”.
Un contrasto tra emotività e razionalità, praticamente: volevate mettere in evidenza la maggior sensibilità interiore delle donne, rispetto alla razionalità ‘ambigua’, se non dissociata, degli uomini?
“Sì, abbiamo voluto evidenziare come spesso un punto di non comprensione tra donna e uomo è proprio generato dal contrasto tra irrazionalità e razionalità. L’uomo e la donna sono intesi, ovviamente, come simboli di maschilità e femminilità”.

Però, a un certo punto, la protagonista aggredisce lo psicanalista, palesando un certo bipolarismo femminile: perché questo estremismo sulla scena?
“L’autore, alla fine, passa all’aggressione, perché la protagonista reagisce alle violenze che ricorda di aver subito in altre vite: non sapremo mai se i suoi ricordi sono solo immaginazione”.
La ‘grigia’ razionalità maschile, in realtà, nasconde dissociazioni ingannevoli?
“La razionalità maschile spesso non coglie la complessità e si basa su un semplice rapporto di ‘causa-effetto’, quasi fosse un meccanismo. Un pensiero complesso, invece, non prevede una spiegazione meramente funzionale, ma chiama in gioco una relazione tra gli eventi”.

Poi, alla fine, la seduta ricomincia in un ‘loop’ infinito: quello tra uomini e donne è proprio un duello perenne?
“Eh! Pare che questo duello sia proprio infinito. Ma più che tra uomo e donna, si tratta di una contesa tra razionalità e irrazionale, di cui i personaggi si fanno simbolo”.
Sia come sia, la tua interpretazione è stata rimarchevole, quasi una scoperta soprendente: ci riassumi il tuo percorso professionale, dato che hai anche diretto per anni un teatro come il Manhattan di Roma, situato, tra l’altro, in pieno centro storico?
“Ho avuto degli ottimi maestri teatrali: Diana Dei, Franca Marchesi, Rosa di Brigida. Ma una lunga ‘gavetta’ con Gianluca Bondi, regista teatrale, è ciò che mi ha realmente accompagnato nel mio lavoro: un metodo che sancisce l’unione mente-corpo e che, oggi, traduco nella centralità delle azioni fisiche. Gli anni della direzione del ‘Manhattan’ hanno rappresentato uno dei capitoli più intensi e più belli del mio percorso, che ancora oggi continua e mi impegna tutti giorni in sudate e amate sfide. In ogni caso, nella mia interpretazione del personaggio, ha rivestito molta importanza anche la regia del mio compagno di scena, Tommaso Barbato: una direzione ‘accanita’ in ogni singolo pensiero”.
Il teatro è l’ultimo luogo rimasto in cui si producono dei contenuti?
“Credo che il teatro sia uno dei più importanti ‘centri di civiltà’ in cui si producono contenuti”.

Cosa pensi di come viene trattata la cultura, in Italia?
“La cultura, in Italia, viene trattata malissimo o con sufficienza dalle istituzioni. Del resto, in una società basata sui consumi, come può essere trattato un bene immateriale, che impiega tanto sforzo e rende così poco allo Stato in termini monetari”?
Lo sviluppo tecnologico in atto potrà fungere da ‘stampella’ per rilanciare il teatro? Oppure, dobbiamo rassegnarci alla sua marginalità?
“Lo sviluppo tecnologico può aiutare nella promozione e nella pubblicità, ma non credo possa servire molto agli spettacoli, dove l’arma vincente è sempre e solo l’attore”.

Porterai ancora in scena ‘Il duello’, in giro per l’Italia? Oppure stai già pensando ad altro?
“Cercheremo, sicuramente, di riproporre ‘Il duello’, dove si può e appena si può”.
Intervista di Vittorio Lussana

