Dal 19 al 22 marzo 2026 presso il Teatro ‘Cometa off’ di Roma in via Luca della Robbia 47, nel cuore del quartiere Testaccio, andrà in scena ‘Hostages’: una commedia ‘nera’ di denuncia sociale dai caratteri universali
Un copione coraggioso di Antonio Prisco. Un monologo che racconta di una donna, interpretata da Cloris Brosca, detenuta in un ospedale psichiatrico-giudiziario, che grazie a una falla nel sistema di sorveglianza trova rifugio in una stanza completamente chiusa. Lì dentro, dimenticata da tutti, la protagonista dà sfogo ai suoi pensieri ed elabora una protesta delirante, per recuperare la sua umanità perduta. Attraverso i suoi racconti strampalati e involontariamente poetici, si scopre una Roma povera, ingenua, sognatrice, quasi favolistica. E quando il ritmo della narrazione cresce, acquistando toni anfetaminici sempre più duri, la sua storia si tinge dei colori degli anni ‘80 del secolo scorso, con i suoi caratteristici slanci edonistici, le fascinazioni della moda, della musica e delle droghe di quel periodo: l’abisso in cui lei stessa, inesorabilmente, cadrà. Così, attraverso situazioni caricaturali da commedia ‘nera’, l’inaspettata capacità di riflessione man mano perde la connotazione di vicenda personale, per tramutarsi in testimonianza e denuncia sociale dai caratteri universali. Ne abbiamo parlato con l’autore e regista dello spettacolo, Antonio Prisco e, ovviamente, con l’attrice protagonista, Cloris Brosca.
Cloris Brosca e Antonio Prisco, perché mettere in scena una commedia ‘nera’ come ‘Hostages’? Quale messaggio intendete comunicare al pubblico?
Cloris Brosca: “Quando Antonio Prisco mi ha letto il testo di ‘Hostages’, l’ho trovato veramente potente, autentico e, per questo motivo, ho voluto metterlo in scena. È un testo di valore, uno spaccato di vita su cui ogni spettatore può fare le proprie considerazioni. Al di là del tema specifico, come l’abuso di sostanze stupefacenti o il disagio mentale, questa storia è fatta di momenti e di passaggi che possono risuonare dentro ognuno di noi: le difficoltà e le debolezze della protagonista possono dar voce alle fragilità, alle battaglie e alle difficoltà che ognuno di noi può incontrare nella propria vita. È questo, per me, lo scopo della messa in scena”.
Antonio Prisco: “L’idea era quella di raccontare con onestà le vicende di una donna senza compromessi o sentimentalismi. Si parla di argomenti durissimi, è vero. Ma, nonostante tutto, si sorride e ci sono momenti poetici e, persino, comici. Insomma, non è il male a vincere”.
La Roma degli anni ’80 del secolo scorso non era poi così ingenua: anzi, furono gli anni del cosiddetto ‘riflusso’, rispetto ai due decenni d’impegno politico e sociale che li avevano preceduti, non credete?
Antonio Prisco: “Gli anni ‘80 ci sono. E, nella storia, coincidono con il momento in cui la protagonista conduce i suoi sogni nella Roma elettronica dei locali alla moda, delle discoteche, delle modeste esperienze da modella in una città che non dorme mai. Purtroppo, arriva pure la fascinazione per l’eroina e per il viaggio psichedelico. Ma si parte dagli anni ‘70, dai casermoni di periferia e si arriva fino agli anni ‘90. La connotazione temporale non è cronachistica: si procede a testa bassa e a tutta velocità, in una strada buia verso l’unica cosa che conta: la speranza della luce”.
Cloris Brosca: “La Roma degli anni ‘80 non era ingenua: questo è vero. Fu un periodo che risentì molto del clima degli ‘anni di piombo’ del decennio precedente, ma ci si allontanò dalle battaglie sociali, dalle vittorie e dalle conquiste, anche culturali, di quegli anni”.
C’è chi pensa che furono proprio quelli gli anni della rinuncia a cambiare veramente le cose, in Italia: voi cosa ne pensate?
Cloris Brosca: “Gli anni ’80 era anche il periodo in cui, a Roma, io ho cominciato a fare l’attrice e, con altri colleghi, scoprivamo un intero mondo artistico di cui sentivamo la forza e le potenzialità. Credevamo fermamente nella possibilità che cultura e arte potessero contribuire, in prima linea, all’abbattimento di pregiudizi, di barriere economiche e culturali, che agissero cioè come strumenti fondamentali per cambiare lo stato delle cose. In sostanza, insieme ad altri, credo di aver dato per scontate le conquiste ereditate dalle generazioni precedenti in termini di diritti, di mentalità, di una libertà di pensiero frutto delle battaglie e delle mobilitazioni degli anni precedenti e, fondamentalmente, della rivoluzione culturale del ’68. Senza, però, fare abbastanza per mantenere quelle conquiste”.
Antonio Prisco: “Infatti, io sinceramente preferisco gli anni ‘70, sia per la musica, sia per la cultura prodotta. Erano anni meno individualisti, sicuramente più utopici, in cui però si aveva il coraggio di sperimentare. Ovviamente, non mi riferisco agli orrori della lotta armata”.
Cloris Brosca attrice è una bella sorpresa per il pubblico: pensate mai che il successo ottenuto in Rai negli anni ’90 grazie a un gioco televisivo sia stato limitante? Molti ricordano Cloris per “la Luna nera”, come se quel personaggio le fosse rimasto appiccicato addosso: perché accadono queste cose, in Italia?
Antonio Prisco: “A questa domanda è giusto che risponda Cloris: mi sembra più onesto”.
Cloris Brosca: “Io ho cominciato il mio percorso di attrice nel 1976 con il teatro; ho continuato a fare teatro anche quando, in Rai, facevo ‘La zingara’; e continuo a fare teatro ancora oggi. Il successo de ‘La zingara’ è stato enorme e, certamente, la cosa più sensata da fare sarebbe stata quella di ‘traghettarla’ verso ambiti di maggiore interesse per me, come appunto il teatro. Ci sono molti esempi di attori che sono riusciti nell’operazione di cambiare la loro immagine agli occhi del pubblico. Il fatto che io ci sia riuscita solo in parte non dipende, quindi, dal pubblico. Ma voglio dire una cosa che potrà sembrare presuntuosa: non dipende neanche dalla mia bravura o meno come attrice, piuttosto da una carenza del mio lato, per così dire, imprenditoriale, perché anche quello è importante. In qualunque lavoro, in qualsiasi carriera, accanto alla bravura, specie nel nostro campo, ci dev’essere una lucida mentalità imprenditoriale, che ti guidi nelle scelte e nell’utilizzo sia delle tue capacità, sia dei risultati già ottenuti nel percorso fatto”.
E’ forse una questione di ‘scompartimenti stagni’, di paraocchi mentali, oppure di veri e propri recinti sociali, in una società tornata a essere gerarchica?
Antonio Prisco: “In questo periodo, è molto difficile gestirsi in modo autarchico: bisogna necessariamente fare i conti con le esigenze del ‘botteghino’ e con la crisi del teatro. Le gerarchie ci sono sempre state e anche i ‘recinti’ sociali: la scommessa è proprio quella di assumersi il rischio e provare a ‘saltare’ questi ‘recinti’. Senza piangersi addosso, ma rimboccandosi le maniche”.
Cloris Brosca: “Sì, ci può essere la tendenza, da parte del pubblico, nel voler continuare a vedere l’attore sempre nel ruolo che lo ha reso famoso. Ma è certamente possibile uscirne se si propone qualcosa di diverso, che abbia valore, ovviamente. Può essere difficile, una strada in salita, ma credo che, con perseveranza, sia un obiettivo raggiungibile. Per farlo, non bisogna aver paura di maneggiare cose che scottano come il successo, decidendo in quale direzione utilizzarlo. Io sono rimasta forse impaurita dal successo, per poi usarlo a mio vantaggio in direzioni che ritenevo di valore, come il teatro. E, all’interno del mondo teatrale, nella scelta di certi testi e di certe tematiche. L’ho fatto, ma in ‘sordina’, occupandomi di figure politicamente e culturalmente significative di poesia, di disabilità, di carcere. La paura può far perdere lucidità: puoi non renderti conto delle risorse e delle armi che hai a tua disposizione. In definitiva, mi sono resa la strada più difficile di quanto avrei dovuto. Ma posso addossare la responsabilità di quanto è successo solamente a me”.
Non sarebbe ora di ammettere che un intero pezzo di popolo italiano sia irriducibilmente conservatore, nonostante i decenni che passano?
Cloris Brosca: “Conservatore? A volte, sono io stessa a scoprirmi conservatrice. Io credo che, al di là della definizione, bisogna chiedersi che cosa si conserva. Ci sono delle cose del passato che vale la pena conservare e delle cose nuove, ordinarie e/o banali, di cui si può fare tranquillamente a meno. Dove non c’è ricerca, non c’è pensiero, non c’è il rischio di un coinvolgimento in prima persona. Vengono fuori proposte senz’anima, ‘scopiazzamenti’ di cose che si dice funzionino ma che, a loro volta, possono rivelarsi delle ‘caricature’ di altre cose. Appaiono ricorrentemente, nel panorama artistico e culturale, alcune mode che diventano parole d’ordine: “Bisogna improvvisare”; “bisogna alzare la voce”; “bisogna litigare”; “bisogna essere eccessivi”. Ma il più delle volte, queste parole d’ordine durano il tempo che trovano e vengono dismesse, perché in realtà sono scelte senz’anima. Io penso che, al di là delle etichette, conservatore o innovatore, bisogna, o meglio si dovrebbe, rischiare di dichiarare il proprio gusto, il proprio pensiero, ciò che per noi è bello e di valore, lavorando per manifestarlo”.
Antonio Prisco: “Sono pienamente d’accordo con quanto ha detto Cloris: io stesso non potrei dire di più”.
La condizione della donna negli anni ’80: molte di loro affermano che quello fu un decennio di avanzamento, soprattutto nei vari settori aziendali e lavorativi: voi come li ricordate?
Antonio Prisco: “Sinceramente, è stato l’inizio di qualcosa che assomigliava a un cambiamento. Ma la strada è ancora lunga. Io ritengo ancora utile e attuale quanto scritto da Simon de Beauvoir, la vera artefice del femminismo francese. Anzi, consiglierei la lettura dei suoi libri a tutti, anche nelle scuole”.
Cloris Brosca: “Sì, furono anni di avanzamento. Tranne poi rendersi conto che, rispetto ad alcuni avanzamenti, abbiamo fatto anche dei passi indietro. Incontrai una volta, in una trasmissione – ‘Harem’, condotta da Catherine Spaak – Tina Anselmi. E chiacchierando, mentre attendevamo di andare in onda, mi disse proprio questo: “Bisogna stare all’allerta rispetto alle conquiste che facciamo: non possiamo considerarle acquisite per sempre. Bisogna vigilare su di esse”. Poi, a una mia domanda su come reagisse alle sconfitte, la Anselmi fece una distinzione molto interessante. Se durante il percorso per la realizzazione di un progetto le accadeva di fallire o di imbattersi in un insuccesso, lei riteneva che la maniera corretta di considerare la cosa non fosse quella di etichettarla come una sconfitta, bensì come una semplice battuta d’arresto: una battaglia momentaneamente persa, che sarebbe diventata la preparazione per una nuova battaglia. Aveva ragione lei: la vera sconfitta non è perdere, ma rinunciare al progetto, smettere di combattere per realizzare l’obiettivo che ci si è prefissati”.
La donna è ancora in ostaggio, secondo voi?
Cloris Brosca: “La donna e le donne sono individui, esseri umani che vivono nel presente e, come tali, sono soggetti alle influenze di questo tempo, all’arretratezza o all’avanzamento del mondo in cui viviamo. Ci sono tante donne, ma anche tanti esseri umani in generale, a prescindere dal loro sesso, che sono ostaggio di condizioni svantaggiate, che vivono disagi e pericoli. Penso che un tesoro prezioso, nella vita, sia rappresentato dal confronto, sempre. Il confronto con gli altri può essere difficile, faticoso, disturbante, ma fa crescere la nostra consapevolezza: la consapevolezza di quello che siamo e di quello che vogliamo. La lucidità, per esempio, di riconoscere che, se ci troviamo in una situazione pericolosa da cui non riusciamo a uscire, si debba mettere a fuoco la necessità di chiedere aiuto”.
Antonio Prisco: “A questo proposito, rispondo dando voce alla protagonista di ‘Hostages’: “Una donna indomita e ribelle, che non viene mai chiamata per nome ma che, nonostante abusi e sopraffazioni, non rinuncia mai alla sua storia e alla sua dignità”.
Intervista di Vittorio Lussana
LE FOTO UTILIZZATE NEL PRESENTE SERVIZIO GIORNALISTICO SONO DI MARCO MACCHIAVELLI, CHE RINGRAZIAMO