Dallo scorso mese di giugno è disponibile sulle piattaforme digitali di streaming e in rotazione radiofonica ‘L’amore in E. R.’: il nuovo singolo di due eredi della musica emiliano-romagnola per Nar International – Ada/Warner Music Italy

‘L’amore in E. R.’ non è una semplice collaborazione, ma l’incontro artistico tra due pilastri della musica emiliano-romagnola: Alberto Bertoli e Mirko Casadei. Il brano nasce dalla volontà comune di celebrare un’identità territoriale che è, prima di tutto, un’attitudine dell’anima. Scritto a quattro mani da Bertoli insieme a Emanuele Dabbono — autore tra i più raffinati e profondi della nostra scena nazionale — il singolo vede in Mirko Casadei il partner ideale, capace di portare in dote non solo il prestigio di una dinastia che ha fatto la storia del folk italiano, ma anche quella carica vitale e solare che è il marchio di fabbrica della Romagna. Il tema portante della canzone è il superamento dei confini attraverso l’amore, che può essere per un amico, per una donna o, perché no, per una terra. Quel ‘trattino’ che separa graficamente l’Emilia dalla Romagna diventa qui il vero punto di fusione: un ‘ponte’ che unisce due storie, due modi di intendere la vita e la musica. Alberto Bertoli infonde nel pezzo la sua ‘anima rock’ e la sua profondità riflessiva, mentre Mirko Casadei esplode con l’allegria e la forza del suo ‘pop-folk’, creando un equilibrio perfetto che profuma di festa, di asfalto e di radici profonde. Il sound è un mix travolgente econtemporaneo: una sezione ritmica solida e chitarredi matrice rock che si intrecciano con i colori tipici della ‘tradizione Casadei’, rendendo il brano una potenziale hit radiofonica capace di unire le generazioni. Il testo non rinuncia allo spessore, arricchendosi di riferimenti autobiografici e suggestioni letterarie che raccontano il passato per dare un senso al presente. Con ‘L’amore in E. R.’, Bertoli e Casadei mettono al centro del villaggio il senso di appartenenza, trasformando la loro amicizia personale in un inno collettivo. E’ la fotografia di una terra che sa lavorare e riflettere, ma che non dimentica mai di ballare, restituendo un’emozione così veritiera da far sentire chiunque — emiliano, romagnolo o di passaggio — parte di una grande e unica famiglia. Ecco, dunque, qui di seguito il videoclip del brano ‘L’amore in E. R.’, girato a maggio 2026 nel giro di 48 ore e una simpatica intervista che Alberto Bertoli ha voluto rilasciarci.

Alberto Bertoli, ma che cos’ha di così diverso l’amore in Emilia-Romagna?

“L’idea era quella di far capire come l’amore possa assumere nature diverse: l’amore per il territorio, per la musica, per il cibo, per il paesaggio, per una persona. Così come l’amore ha mille sfaccettature, anche i luoghi lo colorano in modo differente. E noi volevamo proprio presentarlo così. Cosa c’è di diverso? Il fatto che nasca in questo territorio e risuoni di tutto ciò che ci appartiene: la parte più seria, concreta, sociale e lavorativa, ma anche quella del divertimento, delle spiagge e dell’estate”.

Perché hai deciso questa collaborazione con Mirko Casadei? Per dare un tocco ‘folk’ alla tua musica?

“La mia musica è il rock. Ma rock e folk condividono la stessa radice popolare. Io e Mirko ci siamo trovati subito in sintonia, perché siamo amici e, soprattutto, quando suoniamo dal vivo, sembra che lo abbiamo sempre fatto insieme: i nostri suoni derivano dallo stesso mondo. La gente potrebbe pensare che siamo lontanissimi, ma entrambi abbiamo fatto rivisitazioni del patrimonio artistico che abbiamo ereditato, rendendolo più moderno. E ci siamo accorti che il suono era vicino. E’ semplicemente l’incontro tra due persone che si sentono affini e che hanno capito di suonare in maniera simile”.

L’emiliano, per carattere, è chiuso e pensieroso, mentre il romagnolo è più aperto e allegro: siete sicuri, tu e Mirko, di non litigare tutte le sere in cui andate a suonare?

“Questo è un luogo comune, che non regge alla prova dei fatti. L’emiliano non è chiuso: porta fuori il carattere giocoso e gioioso, unito a un senso di impegno — sociale o lavorativo — tenendo forse un po’ più nascosti i lati sentimentali. La differenza tra me e Mirko è probabilmente una questione stagionale: la Romagna lavora più a cicli — nei campi, sulla riviera, nelle industrie che seguono quell’andamento. Noi di pianura o di collina, invece, abbiamo un lavoro più distribuito nell’anno. E il lavoro, si sa, riflette il temperamento emotivo”.

Come nasce ‘L’amore in E. R.? E perché sottolineare questo legame con la vostra terra d’origine, che si nota anche nel vostro videoclip?

È nata una sera, dopo un concerto, davanti a qualche bicchiere. Ci siamo presi in giro: “Tu sei emiliano per…”; “e tu sei romagnolo per…”. E, a un certo punto, ci siamo detti: abitiamo praticamente nella stessa zona, non può essere che anche il nome ci divida. L’Emilia-Romagna non può funzionare così. Dobbiamo trovare un modo per ricucire il tutto. E il nostro modo è la musica. Mirko ha detto subito “sì” e abbiamo trovato — mi sembra — una bella commistione, tanto nel testo, quanto nella musica. Poi, ho coinvolto un grandissimo autore, Emanuele Dabbono, con cui collaboro da tempo e con cui mi sento emotivamente in sintonia. L’unica complicazione? E’ ligure. Il che, forse, rende il quadro ancora più interessante”.

L’amore viene da voi trattato in maniera universale, cioè comprende sia quello per una donna, sia per un amico, sia per la propria famiglia: ma siete sicuri che l’amore sia così omnicomprensivo, in questi tempi in cui si reagisce quasi sempre di ‘pancia’ e si va per mere sensazioni?

“Bella domanda, che mi dà lo spunto per dirlo con chiarezza: sì, siamo assolutamente convinti che l’amore sia universale e onnicomprensivo. Le reazioni di ‘pancia’ che si vedono in giro nascono dal fatto che, in mezzo a tanto rumore, chi vuol farsi sentire deve fare qualcosa di eccessivo. Io non ho mai pensato che l’eccesso sia sinonimo di qualità. A volte, è necessario, d’accordo, ma non è quello che cerchiamo, né io, né Mirko. Si possono dire cose bellissime senza offendere nessuno, senza escludere e senza sentirsi superiori agli altri. Chi non crede nell’amore universale, forse è lui ad avere qualche problema”.

L’Emilia-Romagna è una terra ottimista? Oppure rappresenta quella giusta via di mezzo tra lo stress della vita urbana e la concretezza della vita di campagna o di provincia?

“L’Emilia-Romagna è fondamentalmente una terra positiva e ottimista. Un ottimismo che viene dalla consapevolezza della fatica: da noi, si dice che ‘la terra è bassa’. Ciò significa che, per ottenere qualcosa, bisogna impegnarsi, sudare, avere la pazienza di raccogliere i frutti al momento giusto. Non è da tutti: è una disciplina che si apprende lentamente. Ma non c’è nessuno stress nella vita, se non quello di viverla. Ogni epoca ha il suo modo di essere vissuta, e la nostra non fa eccezione. Poi, certo: tutti sogniamo di essere sempre in vacanza — ma forse ci annoieremmo. Bisogna essere positivi verso noi stessi, verso la nostra generazione e verso il futuro: perché nelle generazioni che verranno c’è la risposta a ciò che abbiamo seminato. Meglio, quindi, aver seminato bene”.

Tu sei il diretto discendente di un grande cantautore: non temi un confronto continuo con il ‘fantasma’ di tuo padre?

“In realtà, io non sento alcun tipo di confronto: è semplicemente una tradizione di famiglia. Per Mirko, per esempio, sono tre generazioni che fanno i musicisti. Questa cosa la percepiscono di più gli altri che noi. Io dico sempre che il nostro mestiere è andare in giro a cantare, scrivere canzoni, cercare di emozionare le persone. Il mestiere del pubblico è giudicarci. Se qualcuno vuole confrontarmi con mio padre è liberissimo di farlo. Non lo trovo produttivo, né particolarmente sensato — mi sembra normale fare questo lavoro con il mio nome. Ma non mi appartiene: appartiene agli altri. E se c’è, bisogna lasciare che sia: non mi spaventa e non mi fa tremare. È semplicemente parte del pacchetto”.

Una domanda maliziosa: secondo te, c’è uno ‘spettro’ che si aggira nella musica italiana? Quello di Pierangelo Bertoli?

“La domanda ‘comunista’ non me l’aspettavo. Sicuramente, c’è una voglia di dire qualcosa di più, di tornare a contenuti che siano davvero contenuti. Forse, rispetto al passato, è venuta meno l’esigenza di creare cose che rimangano nel tempo — anche perché il tempo che ci viene concesso è di pochi secondi, come sui social, in televisione o nelle canzoni. Hai trenta secondi: se li usi bene, forse ascoltano anche il resto, altrimenti no. Però, sento in giro una voglia crescente di andare oltre il trittico ‘io-tu-pizza-sole-mare-onde’. Ed è normale: arriviamo da anni di un disimpegno folle. Detto questo, non me la sento di cercare eredi dei grandi cantautori. Quel modo di fare musica non è più attuale: è il mio, ma io ho già quarantasei anni. Le nuove generazioni hanno altri linguaggi ed è giusto così. Chi le critica, secondo me, non si rende conto di essere invecchiato ‘male’. Al massimo, si può dire: “A me non piace, non mi ci ritrovo”. Ma sostenere che la propria generazione fosse migliore, beh… E chi sarebbe il giudice”?

Come rilanciare la canzone d’autore, rispetto alla musica ‘mordi e fuggi’ di oggi?

“La musica d’autore c’è: è presente ed è molto rappresentata in certi ambienti. Forse, non è nel mainstream — o meglio, nel ‘vecchio mainstream’, quello che io e molti della mia generazione consideriamo tale. Per chi ha vent’anni, quella parola non dice quasi niente. Ricordo che, qualche anno fa, Calcutta pubblicò un album intero che s’intitolava proprio ‘Mainstream’: se lo mostrassi oggi a un ventenne, mi guarderebbe con un punto interrogativo gigantesco stampato in faccia. I trend si sono specializzati, ma uscirne è diventato più facile di quanto non lo fosse negli anni ‘80 del secolo scorso, quando esistevano sei o sette canali televisivi e le radio libere erano quasi tutte estinte. Il cantautorato, oggi, esiste: Fulminacci, per dire, non è vecchio ed è un ottimo esempio. La musica che resta c’è già. Il problema è che l’offerta è talmente vasta che anche il miglior erede di certi grandi nomi, difficilmente resterebbe in circolazione più di qualche mese. Forse qualche anno, se va molto bene”.

Spunta la luna dall’Appennino tosco-emiliano, oppure sta risorgendo il sole sulla costa romagnola?

“Una volta un giornalista andò da mio padre per un’intervista e gli disse: «Allora, lei è tornato». Mio padre rise e rispose: «Ma io sono sempre stato qui». Ecco, questa risposta vale anche per noi. Non è che rispunta la luna sull’Appennino o risorge il sole sulle spiagge romagnole: noi siamo sempre stati qui. Probabilmente, abbiamo trovato un linguaggio a metà che ci piace molto. E speriamo di fare tante cose insieme, di costruire un percorso che rimanga — almeno nelle nostre vite”.

Tu e Mirko avete intenzione di fare un tour assieme, in futuro?

“Ci sono molti progetti in cantiere, che stiamo valutando con calma, cercando di mettere tutti i puntini sulle i. Quando saremo pronti, vi faremo sapere al più presto cosa nascerà. Nel frattempo, godiamoci questa canzone e godiamoci l’estate e i nostri rispettivi tour. Vi saluto e vi invito a venire ai concerti di Alberto Bertoli e di Mirko Casadei”.

Intervista di Vittorio Lussana