Livia Ferri presenta ‘A Path Made By Walking’: ‘È il mio viaggio dal buio alla luce’

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Si intitola A Path Made By Walking il secondo album di Livia Ferri, cantautrice romana che sposa la lingua e i suoni anglofoni – che […]
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Livia Ferri presenta ‘A Path Made By Walking’: ‘È il mio viaggio dal buio alla luce’

Si intitola A Path Made By Walking il secondo album di Livia Ferri, cantautrice romana che sposa la lingua e i suoni anglofoni – che fanno parte della sua identità artistica – per dare vita a 10 tracce uniche, in cui gli amanti della musica oggi cosiddetta indie saranno facilmente capaci di riconoscere matrici e influenze internazionali, 'ispirazioni' che hanno guidato musicalmente i testi verso la loro maggiore evoluzione.

Il titolo trae spunto dallo scrittore spagnolo Antonio Machado, ma è la forma mentis di Livia a comporre il labirinto di note e parole in cui appare nitido il concept di fondo, il principio di autodeterminazione che smentisce il più fatalista mito del destino: una consapevolezza di sé e un invito a non subire passivamente gli eventi, che l'artista ha deciso di regalare alle orecchie del pubblico a poco a poco, rilasciando un singolo ogni 45 giorni a partire da gennaio, quasi uno specchio di quel 'sentiero da creare camminando' che Livia ci canta e ci suona, accompagnandoci per mano alla scoperta di un pezzo di sé. Ecco la nostra intervista.

Ciao Livia, che bell’album che hai tirato fuori! Un titolo significativo, suoni internazionali e questa particolarità di far uscire un singolo ogni 45 giorni. Innanzi tutto ti chiedo: come mai questa particolare scelta di ‘distribuzione discografica’?

Ciao, grazie! Dunque, la scelta di pubblicazione dei brani è stata un po' un esperimento, volevamo capire se, come ci auguravamo, pubblicando un brano ogni 45 giorni, le persone avrebbero seguito il disco con più partecipazione… e credo che l'esperimento sia riuscito! Un altro motivo che ci ha spinto ad usare questo metodo si intreccia col senso che sta dietro l'ordine della tracklist.

Ovviamente. Infatti ero curiosa anche di sapere come hai scelto l'ordine dei brani da rilasciare…

Il disco è un viaggio interiore, dal buio alla luce, dalla depressione alla consapevolezza, e l'ordine delle canzoni rispecchia anche abbastanza fedelmente l'ordine di scrittura dei brani, proprio perché il percorso per me è stato reale. Pubblicare i brani con quella cadenza è anche un modo per dare attenzione ad ogni passo, ogni passo è importante in un viaggio. Ed è importante anche, secondo me, invitare le persone ad un ascolto più rilassato, in cui ci si siede e si ascolta il disco intero, dall'inizio alla fine.

A Path Made by Walking è un titolo ispirato a Machado, che nasconde una grande verità, almeno per me. Quanto lo scrittore spagnolo ha influenzato l’idea dietro questo disco?

In realtà, Machado non ha influenzato nulla. Non lo conoscevo quasi. Tuttavia, durante un viaggio, parlavo con la mia compagna del senso del disco. Stavo cercando un titolo che racchiudesse il senso del concetto che volevo esprimere e non riuscivo a trovarlo. Ascoltandomi, a lei venne in mente questa frase e appena l'ho sentita ho capito che non avrei potuto dire meglio di così quello che volevo dire, perciò ho usato quel verso come titolo, parafrasandolo un po'.

Come sei arrivata a questa consapevolezza, che in fondo siamo guide di un percorso tutto nostro e non vittime di esso?

Credo sia qualcosa di abbastanza ovvio e che sia assurdo pensare che siamo vittime di qualcosa di predefinito. So tuttavia che a volte ci sentiamo intrappolati nella vita e nelle cose che accadono e che è facile deresponsabilizzarsi di fronte alla propria infelicità. Volevo solo dire a tutti, forte e chiaro, che siamo noi gli artefici di noi stessi, da noi, solo da noi dipendono la nostra felicità e la nostra vita.

Da un punto di vista sonoro, è impossibile non leggere in questo album influssi specifici, un po’ di Ani Di Franco, un po’ di Fiona Apple… Sono citazioni volute?

Eh, non saprei, probabilmente è un album figlio di tutto quello che ho mai ascoltato… Quello che so è che volevo dei suoni più cupi, più sporchi. Forse le uniche citazioni volute riguardano Ani Di Franco (Hound dog) e Feist (Heritage). Il resto è venuto così, senza pensarci.

E il tuo ultimo singolo, A Good Day To Die? Contiene, o almeno così mi sembra, un'altra consapevolezza da te acquisita, tanto che parli di giornate buone per morire. Com'è nata la canzone?

Venivo da un anno molto bello, coinvolgente, stimolante, felice. Credo che la vita sia un andamento di cicli positivi e negativi. Cicli anche meramente energetici. Quell'anno è stato il ciclo positivo più lungo e felice che abbia mai vissuto e all'epoca cominciavo a percepire la fine di quel ciclo. Mi preoccupavo dell'arrivo del ciclo negativo, avevo paura che fosse altrettanto forte, ma in direzione opposta. Avevo paura di perdere tutto quello che avevo imparato e guadagnato umanamente e spiritualmente, in modo inevitabile. Ho cominciato a dirmi che, per quanto difficile sarebbe potuto essere, non potevo perdere quelle cose. Ho scritto il brano per ricordarmi ciò che ho imparato, per ricordare che ci sono strumenti che posso usare, sempre, che mi appartengono. Per ricordare che è importante restare chi si è, stare centrati, non importa se le cose si mettono male, essere veri è tutto quello che abbiamo. Me ne dovevo ricordare e me lo sono appuntato così. 

Una curiosità tutta mia: come ti sei avvicinata alla musica, com’è nata la tua passione e come mai la scelta (o la necessità) dell’inglese?

Da piccola viaggiavamo molto, io e la mia famiglia, viaggiavamo in auto, attraversando l'europa e ascoltavamo un sacco di musica, italiana e non. Durante quei viaggi bellissimi ed interminabili ho conosciuto moltissima musica americana ed inglese degli anni '60 e '70 e me ne sono innamorata. Da lì ho continuato e ho sempre preferito la musica cantata in inglese, una questione di metriche e musicalità, credo. Queste cose mi sono rimaste dentro e quando ho cominciato a scrivere non ho nemmeno scelto l'inglese, veniva fuori e basta.

Ma è vero che hai una chitarra acustica artigianale?

Sì, la chitarra l'ha costruita un ottimo liutaio, un ragazzo di Ciampino che si chiama Davide Serracini. Il regalo più bello che mi abbiano mai fatto e non potrò mai sdebitarmi o ricambiare adeguatamente, ma ci proverò. Da quando ho quella chitarra non ho mai più toccato la mia Martin. Consiglio a tutti di andarlo a trovare, resterete incantati da lui, dal suo laboratorio e dai suoi strumenti meravigliosi.

Il tuo genere è molto internazionale. Come vive e sopravvive in Italia una cantautrice che gioca con queste sonorità?

Sopravvive! Io vivo di questo, con fatica e pochissimi soldi, ma riesco a viverci, sono fortunata. Ma non è facile, per nessuno, al di là della lingua in cui si canta. A volte può essere più complicato, ma non ho mai avuto grandi problemi nel coinvolgere il pubblico relativi all'uso dell'inglese. Il messaggio passa comunque, ne ho le prove!

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