Laurex Pallas, intervista a Fabio Alessandria: ‘Presto un nuovo concept album’

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È uscito il 25 settembre l'ultimo album dei Laurex Pallas, intitolato La Prestigiosa Milano-Montreux. Si conclude così La Trilogia della Fatica, un progetto iniziato nel […]
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Laurex Pallas, intervista a Fabio Alessandria: ‘Presto un nuovo concept album’

È uscito il 25 settembre l'ultimo album dei Laurex Pallas, intitolato La Prestigiosa Milano-Montreux. Si conclude così La Trilogia della Fatica, un progetto iniziato nel 2007 con La Classicissima Coppi-Mèrcuri e continuato nel 2011 con L’Ultima Liegi-Bastogne-Wembley. Una 'biciclettata' lunga quasi 10 anni, metafora di una vita fatta di salite e discese e liberamente suonata, sommando le voci agli strumenti, diversificando e stratificando.

E ora che la Trilogia è finita, cosa dobbiamo aspettarci dai Laurex Pallas? Lo abbiamo chiesto a Fabio Alessandria, uno dei fondatori della 'brigata', che ci ha regalato un'interessantissima e molto divertente chiacchierata. Ecco la nostra intervista.

 

Ciao Fabio, innanzitutto come stai? Mi è spiaciuto non vedervi live, ma devo confessarti che sono stata poco bene.

Ah, non preoccuparti. Ci sarà occasione con il prossimo disco, devi solo aspettare 4-5 anni (ride, ndr).

Ma come? Non tornerete a suonare qui a Milano?

In teoria sì, dovremmo tornare in zona vero novembre e dicembre, anche se non abbiamo ancora le date fissate. Faremo però sicuramente almeno un paio di live.

Perfetto! E ora torniamo a noi. Partiamo dalle origini, proprio per capire qualcosa in più sulla vostra brigata, come la chiamate voi. Raccontami un po' come nasce questo collettivo e che tipo di progetto state portando avanti.

I Laurex Pallas sostanzialmente nascono come un duo. Agli albori eravamo io e Carlo (Pinzi, ndr), il primo disco lo abbiamo fatto in due mettendo quello che avevamo e coinvolgendo amici in fase di registrazione. Niente di più. Il resto della brigata però si è aggiunto da subito per poter portare in giro il disco, dato che tutti gli arrangiamenti che avevamo creato con registrazioni multitraccia non erano altrimenti riproducibili. Quindi già da subito si è allargata la brigata. Da lì siamo rimasti più o meno gli stessi, abbiamo solo cambiato nome. Il nome originale era lunghissimo, era L'inebriante duo Laurex Pallas e l'allegra brigata dell'amore, che erano gli altri ragazzi.

Bellissimo…

Sì, ma era una roba un po' anni '60, quindi siamo diventati solo i Laurex Pallas. La formazione è sempre stata più o meno questa. C'è stato un unico cambio, perché fino alla fine del secondo disco c'era Anna Viganò, lei ha poi fatto altre scelte e al suo posto è arrivato Patrick (Menozzi, ndr). Comunque siamo rimasti in sei. Quando ci siamo allargati è cambiato tutto, perché sostanzialmente di solito scrivevamo in due, mentre gli altri eseguivano gli arrangiamenti che avevamo in testa. Ora invece molto spesso – se non tutte le volte – una canzone parte da uno spunto mio e di Carlo, ma il lavoro sulla canzone è corale.

Mi incuriosiva il fatto che vi definiate una brigata e ora tu mi dici che anche nel nome originale c'era questo termine. Come mai avete scelto di definirvi così?

Abbiamo scelto il termine brigata sia perché è un termine militaresco sia perché ha un'attitudine culinaria. Siamo sei forchette portentose, quindi…

E come è nata la Trilogia di questa brigata? Il fil rouge è un po' la bicicletta, che tra l'altro so che usate molto spesso. È un progetto a 360 gradi quindi…

Il primo disco, La classicissima Coppi-Mèrcuri, doveva essere in realtà un concept album doppio. Invece il secondo disco, in teoria il lato b del primo, è uscito a distanza di quattro anni. Parlo de L’Ultima Liegi-Bastogne-Wembley. In realtà il materiale era quindi stato pensato per essere inciso tutto insieme, come un vero concept album anni '70, ma ci abbiamo messo talmente tanto tempo ad incidere La Classicissima che abbiamo deciso di 'spezzettarlo', altrimenti non avremmo mai finito. Se consideri anche questo eccesso di tempo e di fatica, la bicicletta è la metafora giusta. Abbiamo scelto il ciclismo proprio come metafora dell'andare al proprio passo, di affrontare la salita e di non mollare, quindi del fare le cose come piace a noi, privilegiando l'aspetto musicale, l'aspetto corale, il suonare rispetto all'uso delle macchine e dei software. Sentivamo però che questi due dischi non fossero ancora completi, come se non avessimo ancora finito di esplicitare i concetti, e quindi abbiamo pensato di aggiungere questo ultimo capitolo conclusivo. Come tutte le grandi trilogie in realtà però anche questa non è conclusa, magari faremo un prequel o un sequel.

Ah, quindi avete in cantiere qualcos'altro?

Sicuramente. Ci siamo appassionati a questo esercizio di scrittura mentre eravamo sul furgone nelle varie zone d'Italia. Abbiamo girato molto per suonare e girando ci siamo anche appassionati di cronaca locale, come potrai immaginare leggendo il testo di Magari fosse vero. Dovunque andavamo, prendevamo questi giornali e abbiamo scoperto che in ogni giornale c'è una sezione di annunci, alcuni dei quali veramente assurdi. Abbiamo deciso di cimentarci noi stessi nella scrittura di annunci personali per poi metterli in musica. Posso dirti che è un progetto praticamente già concluso, quindi è sicuramente la prima cosa che faremo uscire. Probabilmente poi faremo un'altra trilogia, chi lo sa… un concept album.

Un altro concept album dunque. Ma il concept cambierà?

Sì sì, basta biciclette.

Questi giri in bicicletta nella pratica come sono andati?

Abbiamo fatto la Milano-Montreux. Ci siamo detti: 'Ok, facciamola', anche per far partire poi una piccola web-serie di quattro episodi. Abbiamo preso il nostro furgone, quello che usiamo per montare gli strumenti, e l'abbiamo usato come Ammiraglia. Era più scassato delle bici, che erano a loro volta belle scassate. Siamo partiti da Milano e siamo arrivati fino a Montreux. Ogni tanto ci fermavamo in qualche posto a rifocillarci e a suonare un pezzo dell'album in versione acustica, ad esempio con l'ukulele. Quindi una situazione super super unplugged e devo dire che è stato veramente divertente. È stato bello proporre queste versioni da strada anche perché eravamo vestiti come ciclisti anni '50, con queste divise improbabili, la gente ci guardava come se fossimo dei marziani. A Montreux abbiamo fatto la scena dell'arrivo sul lago, io sventolavo una bandiera a scacchi vestito come un pir*a e c'erano dei ricchi signori in Bugatti che ridevano come dei pazzi.

Beh, almeno ridevano…

Sì sì, devo dire che abbiamo allietato tutti quelli che ci hanno visto passare. Abbiamo portato molta allegria.

A questo proposito, voi siete una brigata che punta molto sugli strumenti musicali. Quanto è importante per voi la dimensione del live? È difficile poi riproporre sul palco la poliedricità strumentale che si trova nell'album?

È la tipica storia dell'uovo e della gallina. È meglio fare un disco che poi sia perfettamente riproducibile dal vivo oppure pensare di fare un disco esattamente come ti piace e poi pensare a trasportarlo in una dimensione di concerto? Noi abbiamo sempre privilegiato questa seconda ipotesi, perché il disco è un'esperienza sonora di un certo tipo, per cui mettiamo 150 tracce in ogni pezzo, lo stratifichiamo. C'è da dire che dal vivo siamo in sei, quindi dodici mani suonano parecchia roba. Cerchiamo di cogliere l'essenza del brano e di trasportarlo in una dimensione che sia coinvolgente per chi ci ascolta, mantenendo fede ovviamente all'anima della canzone, senza farci problemi a toglierle qualcosa. Ad esempio, nel disco c'è un pezzo fatto con una banda cittadina di trenta elementi, quindi portarselo in giro è difficile. O anche in Magari fosse vero solo la parte centrale presenta otto armonizzazioni di voci diverse e noi cantiamo solo in quattro. Certe cose sono impossibili da riprodurre, cerchiamo di cogliere solo una linea essenziale, alla fine devo dire che sono due esperienze sonore diverse, ma chi ci ha ascoltato – perché dal palco è difficile avere una percezione delle cose – dice che lo spirito con cui abbiamo composto le canzoni non ne esce tradito.

Non vi ho mai visto dal vivo, ma ascoltando il vostro album ho l'impressione che anche il vostro live sia pregno di personalità. Anche perché siete comunque sei…

Sì siamo sei e ognuno di noi suona almeno due strumenti!

A proposito di Magari fosse vero, so che c'è Magari fosse vero – Parte due, un progetto attraverso cui state raccogliendo le esperienze dei fan…

Sì, è molto divertente. A mano a mano che andavamo in giro per l'Italia, ci dicevano "Però era bella anche quella dei cinesi", "Era bella anche quella di Gullit", quindi ci è venuta l'idea di fare un contest proponendo agli utenti di scrivere le loro leggende metropolitane preferite tra quelle ovviamente non selezionate da noi. Quindi sono diventati autori, perché le leggende migliori verranno scelte, ci costruiremo sopra un testo e lo ricanteremo.

Quindi proprio un secondo capitolo di Magari fosse vero

Sì, e tutto scelto dai fan. 

Devo dire che mi piace molto questa vostra dimensione, è come se aveste 3000 braccia, non vi occupate solo di musica. Penso che anche per i vostri fan seguirvi sia molto coinvolgente, come se facessero parte da lontano della vostra brigata.

Sicuramente. Pensa che due dei ragazzi hanno anche messo su un birrificio artigianale. Per dire… È un'esperienza che va molto oltre, la gente si sposta e si fa centinaia di chilometri anche solo per tornare a fare le prove. 

Al giorno d'oggi quanto è difficile per un artista vivere la musica in questo modo?

Anche se adesso è caduto un po' in disgrazia perché i fan non lo sopportano, ti voglio riportare le parole di Giovanni Lindo Ferretti, che diceva una cosa secondo me bellissima e veritiera già a metà degli anni '90, cioè che si era capito che la piega della musica sarebbe stata questa e che la musica doveva tornare ad essere materia di "geniali dilettanti". Noi abbiamo sempre creduto fosse una grande verità e più o meno cerchiamo di mantenere intatto il nostro spirito curioso e di agire di conseguenza.

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