La Freschezza del Marcio: Mondo Marcio rivendica il “bello di essere se stessi”

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La Freschezza del Marcio: Mondo Marcio rivendica il “bello di essere se stessi”. A due anni di distanza dal quel progetto sui generis che era […]
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La Freschezza del Marcio: Mondo Marcio rivendica il “bello di essere se stessi”.

A due anni di distanza dal quel progetto sui generis che era Nella bocca della tigre (un concept album caratterizzato dalla presenza di campionamenti di alcune canzoni di Mina), Mondo Marcio torna con un nuovo disco variegato, originale e ricco di influenze e featuring, La freschezza del marcio.

Una dichiarazione di intenti più che un album, visto che le 16 tracce di questo settimo lavoro in studio mostrano una certa apertura dell’artista nei confronti del rap suonato e della sperimentazione: l’ennesima dimostrazione – se ce ne fosse bisogno – che Mondo Marcio rifugge le etichette e, a costo di sembrare ‘fuori contesto’, preferisce andare per la propria strada, ovunque questa lo conduca.

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“In realtà di pianificato c’era pochissimo, parte tutto dalla ricerca. – esordisce infatti subito il rapper, che incontriamo poco prima della data dell’instore di Milano – La ricerca parte un po’ dalla noia, perché dopo il mio ultimo disco mi trovavo in un periodo artisticamente e culturalmente statico. Facevo fatica a trovare stimoli qui in Italia, cercavo un po’ di ca**imma artistica, si può dire? Ho viaggiato tanto, sono stato a Milano, Londra, New York, Los Angeles, per trovare dei musicisti che sapessero cosa stavano facendo. Non cercavo la hit, ma musica suonata, che oggi non si trova in nessun album rap italiano”. Insomma, Mondo Marcio rivendica con orgoglio il “bello di essere se stessi e di mostrarsi come mamma ci ha fatto, anche a costo di risultare vulnerabili”, perché stanco dei luoghi comuni tipici del rap italiano, che hanno giustamente il loro spazio ma che dopo un po’ rischiano di diventare delle vere e proprie prigioni.

“Cosa manca in Italia? – commenta in proposito – Non voglio puntare il dito contro nessuno perché rispetto i miei colleghi, ma nello status quo delle cose almeno a me mancava vedere un po’ di coraggio nel fare la propria musica. C’è questo senso quasi di oppressione musicale filo-americana. Se qualcosa lì ha successo, dopo un po’ in Italia senti 10 cover di quella cosa lì, è assurdo, ti trovi con certi fenomeni musicali tipo la trap nel rap, che negli USA è finito da tempo. Penso sia poco intellettuale e poco onesto”.

Tantissime le collaborazioni con cui Mondo Marcio ha provato a dar vita e ad arricchire il proprio ‘stile’, da Clementino a Jax, passando per Fabri Fibra, Ghemon e Fidia Costantino: contributi variegatissimi che contribuiscono a quel clima di sperimentazione che in effetti pervade l’album, rendendolo quasi un unicum nel panorama italiano. Insomma, la ‘fame’ – come la chiama Mondo Marcio – si sente eccome, e non si esaurisce al mondo delle sette note, visto che a breve uscirà anche il libro La Città Fantasma, un noir scritto tempo fa per combattere l’insonnia. Chiediamo dunque al rapper se ‘benedice’ questo appetito che lo porta a cercare ispirazione in più contesti: “Sono cambiato molto negli anni. – ci confessa – Da teenager e fino ai 18-20 anni ero orientato a ottenere una rivincita e una soddisfazione economica. La ‘rivincita’ perché avevo sempre incassato, la soddisfazione economica perché non avevo una lira, quindi sì, avevo tanta fame. Ringraziando l’Universo, quando ho sistemato queste due cose, la fame è rimasta, ma è diventata voglia di fare cose fighe e nuove”.

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