Hurts a Milano: ‘Surrender è un invito a lasciarsi andare’

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Hurts a Milano: 'Surrender è un invito a lasciarsi andare'. Gli Hurts tornano a Milano per presentare al pubblico il loro ultimo album, Surrender (Columbia […]
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Hurts a Milano: 'Surrender è un invito a lasciarsi andare'.

Gli Hurts tornano a Milano per presentare al pubblico il loro ultimo album, Surrender (Columbia Records), frutto di ‘fatiche’ (si fa per dire) durate due anni, tra viaggi e sedute di registrazione. La cornice è quella dell’Alcatraz, che Adam Anderson – che incontriamo poche ore prima del concerto nel backstage – definisce perfetto, “fighissimo, è piccolo, sarà tutto molto intimo”. Un album ‘faticato’ – dicevamo – se si può definire fatica attraversare il mondo – Ibiza, New York, Montreux, Svezia, Los Angeles e le Alpi svizzere – per trovare il sound particolarissimo di Surrender, un invito – ci spiega Adam – a “lasciarsi andare, non nel senso di rinunciare, ma di smettere di avere sempre il controllo di tutto. Può essere una sensazione molto potente”. Da qui il synth-pop liberatorio e diversificato che ritroviamo nelle 10 tracce create dal duo britannico (oltre ad Adam, il cantante Theo Hutchcraft), dalle influenze variegate – si va dal sound dei Fleetwood Mac in Kaleidoscope a quello di Prince in brani come Lights – per quanto Adam sottolinei che alla fine il processo di contaminazione sia quasi inconsapevole: “Quando scriviamo cerchiamo di concentrarci su di noi – ammette – Non pensiamo mai ‘Facciamola come Prince…’. Surrender è un album molto diversificato. Ogni canzone ha il suo suono, non volevamo che sembrasse tutto simile”.

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“Non volevamo realizzare un album in un’unica stanza. – aggiunge Adam – Volevamo provare varie location. Volevamo sentirci liberi, come se non avessimo scadenze da rispettare. E così abbiamo fatto. Ci siamo presi il nostro tempo, abbiamo scritto molto. È stata una bella esperienza”. Diversificazione nelle influenze, nelle location e anche nella produzione: per una volta, gli Hurts hanno infatti affiancato allo storico producer Jonas Quant altre menti, come quella di Stuart ‘Stu’ Price – che ha portato “un sound più pulito” – e quella di Ariel Rechtshaid, che ha invece contribuito con un suono “più organico”.

Il risultato è un suono dalle differenti radici, plasmato dall'identità artistica e decisamente stabile del duo, che approfitta favorevolmente anche dell'aria creativa che si respira nel Regno Unito: "Noi siamo di Manchester – commenta in proposito il tastierista – e tante band venute prima di noi ci hanno mostrato che fosse possibile fare musica. E penso che se sei circondato da persone che ti fanno vedere che una cosa è possibile, credi in te stesso".

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