Francesco Di Bella, ‘Nuova Gianturco’ e il valore della periferia: ‘Racconto i sorrisi più che la violenza’

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Francesco Di Bella, ‘Nuova Gianturco’ e il valore della periferia: ‘Racconto i sorrisi più che la violenza’

Francesco Di Bella, Nuova Gianturco e il valore della periferia

Si intitola Nuova Gianturco il nuovo progetto discografico di Francesco Di Bella, uscito il 30 settembre e definibile come un concept album che racconta storie di periferie e di gente ai margini. Gianturco, difatti, è un quartiere di Napoli nei pressi della Stazione Centrale ed è un po’ lo sfondo delle tracce che compongono questo nuovo lavoro, il primo da solista di Di Bella composto da canzoni inedite. Prima, nel 2013, è stata la volta delle cover dell’album Francesco Di Bella & Ballads Cafè e, prima ancora, la lunga carriera con i 24 Grana, da cui Francesco ha deciso di prendere le distanze tre anni fa.

Nuova Gianturco è nello stesso tempo un punto d’inizio e il proseguimento dell’artisticità del cantautore, che chiama a raccolta vecchi amici e colleghi: da Daniele Sinigallia, che ha curato la produzione del disco, a Neffa e ai 99 Posse che lo affiancano in due brani dell’album. C’è spazio anche per una rivisitazione di Brigante se more di Eugenio Bennato e Carlo D’Angiò, unico pezzo non inedito dell’album. Ecco la nostra intervista al cantautore, che ci ha raccontato più approfonditamente cosa nasconde questo progetto.

Ciao Francesco, ti chiedo subito dell’album, perché è il tuo primo progetto di inediti da solista. Cosa ha significato per te iniziare questo percorso e lavorare a questo disco?
Ci ho messo un bel po’ a scrivere, produrre e arrangiare. Dopo essere uscito dai 24 Grana c’è stato un momento di assestamento, anche emotivo. Però ho lavorato con grande gioia a questo album con persone con cui già avevo lavorato. Ti cito innanzi tutto Daniele Sinigallia, con cui avevo collaborato nel 2008 per un album dei 24 Grana. Precedentemente, nel 2013, avevamo fatto invece questo Ballads Café, un disco pieno di ballad version dei pezzi dei 24 Grana, più un inedito. Ho lavorato come sempre, devo essere sincero. Grazie alla mia etichetta ho avuto a disposizione un bel po’ di tempo, con conseguente dispendio di mezzi, ma anche perché sia io che Daniele volevamo ottenere un sound arioso e di grande qualità. Lavorare ad un album in queste condizioni è sempre bellissimo. Non lo vivo con grandi traumi, insomma (ride, ndr).

Ti faccio una domanda ancora più specifica: quanta voglia avevi di raccontare una storia musicale che fosse solo tua?
Sicuramente da un po’ di tempo avevo questo desiderio di esprimermi in maniera ancora più personale. Era un obiettivo che volevo raggiungere. Lavorare da soli può avere dei limiti, come può averli lavorare con una band. A volte, quando sei da solo, hai bisogno di qualcuno che ti dica qualcosa. Quando sei in compagnia, senti il bisogno di un po’ di tempo per stare da solo. Dopo tanti anni di lavoro con la band, confesso quindi che avevo voglia di misurarmi con un altro tipo di approccio.

Il titolo, Nuova Gianturco, fa ampiamente riferimento alla periferia. E in effetti in questo album la periferia è centrale. Come hai sviluppato questa idea e soprattutto quanto è importante per te cantare un mondo “ai margini”?
Il discorso è maturato con la scrittura. Piano piano mi sono reso conto di quali fossero gli argomenti che focalizzavo meglio, elaborando dei personaggi e soprattutto delineando un contesto in cui poterli inserire. Io ho sempre lavorato così, anche precedentemente con i 24 Grana. Mi piace creare uno scenario di fondo, che trasforma l’album in un concept album. Mi piace raccontare storie e personaggi sullo stesso sfondo. Così è nato anche Nuova Gianturco, mi sono accorto, quando è nata la title track, che ero fortemente suggestionato da tutta la periferia. Me la sono sempre portata dietro, ma in questo caso ho avuto ancora più chiara la voglia di lanciare un messaggio che partisse dalla mia esperienza di artista e musicista, perché sono sempre stato vicino ai centri sociali e alle associazioni che operano in questi territori, dal basso, per ricucire un tessuto sociale disgregato. Dato che da sempre mi sento vicino a questi movimenti e dato che il mio album raccontava una sorta di ponte tra il passato e quello che potrebbe essere il mio futuro, sono partito da quelle sensazioni che provavo e vivevo negli anni ’90.

Diciamo anche che per cantare e raccontare la periferia devi averla vissuta…
Sì, e devi avere voglia di riscattarla. Da Gianturco a Scampia, ho visto fare cose in periferia che hanno portato veramente dei sorrisi. Raccontare questo tipo di periferia, più che quella violenta, è il messaggio giusto da diffondere. Almeno per quanto mi riguarda…

L'album contiene 9 inediti più la cover di Brigante se more. Come mai la scelta è ricaduta su quel brano?
Brigante se more è una bella canzone folk di ribellione, di quelle che si scrivevano tanto tempo fa e che oggi vengono fuori molto meno. Sicuramente porta con sé l'eco della periferia, è qualcosa che fa bene ascoltare da quelle parti, perché è una sorta di sprone, di chiamata alle armi. In particolare, amo molto pescare tra quel folk napoletano che va oltre le canzoni classiche. Questa è un’altra particolarità del mio lavoro, che mi permetto di sottolineare, perché è una mia passione. Vedi Lu Cardillo. Mi piace ripescare questi piccoli classici un po’ dimenticati e riportarli ai nostri tempi, aggiornando il sound e ritoccando le melodie e le parole.

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