Cry Baby, la ‘favola cupa’ di Melanie Martinez

Cry Baby, la 'favola cupa' di Melanie Martinez “Voglio aiutare a crescere tutti quelli che si sono sentiti come un bambino piagnucolante. Scrivere questo album […]
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Cry Baby, la ‘favola cupa’ di Melanie Martinez

Cry Baby, la 'favola cupa' di Melanie Martinez

“Voglio aiutare a crescere tutti quelli che si sono sentiti come un bambino piagnucolante. Scrivere questo album mi ha messo più a mio agio con quello che sono. Durante il processo compositivo, ho accettato me stessa. Spero possa fare lo stesso per qualcun altro che ascolta le mie canzoni”.

Si presenta così Cry Baby, l’album di debutto di Melanie Martinez, giovanissima stella del pop statunitense che di storie di raccontare ne ha tante, e non sono tutte fiabesche.

Ad iniziare dalla sua di storia. Sì, perché Melanie è uno dei tanti volti che si sono sovrapposti sugli schermi degli appassionati di talent: nel 2012, a soli 17 anni, ha preso parte a The Voice nel team di Adam Levine, finendo per essere eliminata nel corso della quinta settimana della gara. Non un grande dramma per Melanie, che aveva non per niente apertamente dichiarato di non aver mai visto una puntata dello show prima di presentarsi ai provini e di non aver mai immaginato di poter arrivare così lontano.

“Sono solo felicissima di aver potuto esprimere chi sono, come artista” ha dichiarato Melanie ad avventura finita e, se all’epoca poteva sembrare come la solita frase di circostanza dell’ex concorrente costretto a prenderla con filosofia, col senno di poi quelle parole appaiono come una dichiarazione d’intenti.

Melanie si è infatti ‘eclissata’ per un po’, scrivendo, suonando, componendo e tirando su a poco a poco un mondo nuovo, il proprio. A febbraio del 2014 esce finalmente Dollhouse, il suo primo singolo, accompagnato da un video realizzato interamente – sì, anche trucco e parrucco – da Melanie e dai suoi amici. 

“Hai presente le case perfette con il prato perfetto, che sembrano tutte uguali? Dietro ogni casa c’è un gruppo di persone realmente incasinate che fanno finta di essere perfette e in salute”.

Inizia così la vera storia musicale di Melanie Martinez, che riassume con poche parole – inquietanti, non c’è che dire – la propria artisticità a tinte fosche (non è un caso che il brano Carousel sia stato scelto come sigla di American Horror Story: Freak Show), che si prolunga e si espande nel secondo lavoro discografico (in realtà un’estensione del primo EP, Dollhouse), Cry Baby appunto, arrivato in Italia lo scorso 28 ottobre.

Sì, perché la seconda storia da raccontare la trovate interamente in queste 13 tracce, che ruotano attorno ad una sola protagonista, il personaggio Cry Baby, una versione alternativa della Melanie bambina, che mette allo scoperto e svela i suoi lati più deboli e cupi.

“Una bambina che ha fatto esperienze da adulta” sintetizza la cantautrice, che si è interamente ispirata ai rumori dei giocattoli (tra i produttori spuntano Kinetics & One Love) e ha permeato i brani con metafore e immagini che rimandano all’epoca dell’infanzia. Felice? Non proprio. La grande capacità della Martinez è tuttavia quella di sdoppiare i livelli di significato dei testi, sfruttando la ‘povera’ Cry Baby per trattare argomenti tutt’altro che semplici, dal bullismo all’accettazione di sé.

La buona nuova è che l’instancabile Melanie sta già lavorando al suo secondo concept album, che avrà sempre come protagonista la piccola Cry Baby. Se il disco di debutto vede questo alter ego sui generis alle prese con la sua vita familiare e l’acquisizione dei propri spazi, il secondo “seguirà la sua storia nel paese in cui vive. Usciamo da casa sua e entriamo in un posto in cui siamo stati tutti”. Che sia un posto finalmente degno di un happy ending? Sarà Melanie a dircelo.

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