Una rete di aree protette per tutelare gli oceani: lo studio di Greenpeace

Entro il 2030 sarà possibile tutelare un terzo degli oceani del Pianeta. Lo spiega Greenpeace nel suo report. Tutti i dettagli

Entro il 2030 sarà possibile tutelare un terzo degli oceani del Pianeta grazie a una rete di aree protette: lo conferma uno studio di Greenpeace recentemente pubblicato.

Lo studio dell’Ong, che punta a salvaguardare l’intero spettro della vita marina, arriva proprio “mentre i governi di tutto il mondo sono riuniti alle Nazioni Unite per negoziare un accordo storico per la tutela degli oceani”. L’auspicio è quello di una riforma delle regole di gestione delle aree d’alto mare.

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Lo scorso 27 marzo, inoltre, il Parlamento europeo ha votato a favore di un nuovo regolamento. L’obiettivo è quello di risolvere il problema dei prodotti di plastica monouso e degli attrezzi di pesca perduti in mare.

Greenpeace, Sandra Schoettner: “i nostri oceani sono in pericolo”

“Dai cambiamenti climatici, alla pesca eccessiva e all’inquinamento, i nostri oceani sono in pericolo. Una catena di protezione coerente e interconnessa che comprende punti chiave per la fauna selvatica, corridoi migratori ed ecosistemi critici” – ha spiegato Sandra Schoettner, della campagna Oceani internazionale di Greenpeace.

Proprio così. All’interno del rapporto “30×30: Un piano per la tutela degli oceani“, Greenpeace specifica che i ricercatori dell’Università di York e di Oxford “hanno scomposto gli oceani in 25 mila quadrati di 100 chilometri di lato e poi hanno mappato la distribuzione di 458 diversi indicatori, tra cui fauna selvatica, habitat e principali caratteristiche oceanografiche, generando centinaia di scenari di quella che potrebbe essere una rete di Santuari marini d’Alto mare su scala planetaria, libera da attività umane dannose, con il minimo impatto socio-economico”.

Secondo l’ong, “i negoziati in corso potrebbero aprire la strada per la protezione di 230 milioni chilometri quadrati di mare“. Callum Roberts, biologo marino presso l’Università di York, ha inoltre rilevato che “è drammatica la velocità con cui le zone d’Alto mare stanno perdendo le loro specie più iconiche, perdite eccezionali di uccelli marini, tartarughe, squali e mammiferi sono la conseguenza di un sistema di governance sbagliato, a cui i governi riuniti alle Nazioni Unite devono porre rimedio subito”.

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