Oscar 2015: la perenne rivincita del realismo sui supereroi

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Creatività, questa sconosciuta. E non parlo di semplice scrittura creativa, perché – per carità – anche per quella ci vuole genio e talento come in […]
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Creatività, questa sconosciuta.

E non parlo di semplice scrittura creativa, perché – per carità – anche per quella ci vuole genio e talento come in tutte le arti, ma della capacità di raccontare una storia che non sia mai stata raccontata o che – meglio ancora – non sia stata vissuta.

OSCAR 2015: TUTTE LE NOMINATION

“La vita è infinitamente più bizzarra di qualsiasi fantasia l’uomo possa concepire” diceva Arthur Conan Doyle attraverso il personaggio di Sherlock Holmes, e sfido chiunque a dargli torto. Insomma, ognuno di noi – chi più chi meno – avrà avuto conferma della veridicità di questa massima sulla propria pelle. Proprio per questo, abbiamo bisogno di tutto questo realismo sul grande schermo? Abbiamo bisogno di premiarlo?

Le candidature agli Oscar sono state finalmente annunciate e, tenendo fede a un trend a cui siamo indubbiamente abituati, le nomination sono affollate da biopic, lungometraggi ispirati a storie vere (scienziati, è il vostro anno) e regie che definirei sperimentalmente realistiche (o realisticamente sperimentali).

 

Tra gli 8 film candidati, il povero The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson quasi fa tenerezza tra la vita del cecchino Chris Kyle, che ha ispirato American Sniper, quelle di Stephen Hawking e Alan Turing – raccontate rispettivamente ne La teoria del tutto e The Imitation Game – e quella ancora più ‘imporante’ di Selma, pellicola di Ava DuVernay che racconta le marce da Selma a Montgomery negli anni ’60 per i diritti civili delle persone di colore.

A chiudere la lista dei film migliori del 2014 – oltre a Whiplash, ispirato comunque alle ‘reali’ avventure musicali dello sceneggiatore e regista Damien Chazelle – troviamo poi due perle di regia, che portano agli estremi il tentativo di rappresentare la realtà non tanto nella sceneggiatura, quanto grazie all’occhio della macchina da presa: Boyhood di Richard Linklater, che ha seguito per 12 anni il piccolo Ellar Coltrane, involontario interprete del protagonista Mason, e Birdman di Alejandro González Iñárritu, che ci offre – ammettiamolo – una sceneggiatura assolutamente originale che ci viene però mostrata come se si trattasse di un’unica lunga ripresa. Ecco, laddove abbiamo una storia ‘originale’, il realismo lo ritroviamo in questa rappresentazione assolutamente fedele del tempo, in uno stravolgimento perfettamente moderno del senso temporale cinematografico, che nella sua accezione ‘vintage’ ci ha abituato ad immergerci in storie – e ritmi – fatti su misura, ad uso e consumo del regista e a totale beneficio dello spettatore.

In questa ‘cinematografica rappresentazione del reale’, cade a fagiuolo la mancata nomination di Interstellar di Christopher Nolan, sia per il Miglior Film che per il Miglior Regista. Una candidatura chiamata a gran voce dal pubblico, ma snobbata dalla critica, che ha in realtà avuto da ridire – e non poco – sulla scarsa credibilità del lungometraggio, ispirato al trattato del fisico teorico Kip Thorne. Ecco, ridimensioniamolo questo concetto di ‘scarsa credibilità’, questo voler a tutti costi smontare una pellicola e svestirla dell’abito che a mio parere più le si confà: quello dell’assoluta libertà creativa, la possibilità di saltare dalla realtà all’irrealtà che noi poveri e comuni mortali (purtroppo) non abbiamo.

Ridimensioniamolo anche alla luce di una rapida analisi delle pellicole che hanno alla fine la capacità di sbancare il botteghino. Qualche titolo campione di incassi del 2014? Maleficent, Lo Hobbit, il già citato Interstellar, Hunger Games, l’immancabile carrellata dei supereroi e ‘vari’ film d’animazione. Più il pubblico dimostra di considerare il grande schermo come una fonte di perenne evasione, più l’Academy relega la gara tra queste pellicole ai premi secondari, lasciando che se la vedano tra loro nella corsa alla statuetta per i migliori costumi, il miglior trucco e i migliori effetti speciali.

Come se ci fossero due competizioni distinte, quella tra i lungometraggi capaci di riprodurre la realtà in tutta la sua tragicità e quelli che la imbellettano, la ridipingono e la stravolgono. Il perché questi ultimi continuino ad essere considerati una ‘Serie B’ cinematografica fa forse parte di un unico grande misunderstanding di base: la credenza – errata – che sia più difficile raccontare una storia capace di far riflettere e commuovere, piuttosto che una ‘fiaba sui generis’ con l’incredibile potenzialità di far dimenticare alla platea il mondo in cui viviamo e trascinarla, per un paio d’ore, in qualcosa di meravigliosamente inesistente.

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