‘Domino 23’ e Il Terzo Segreto di Satira, Andrea Fadenti: «Politicamente corretto? Una spinta a fare meglio»

Il Terzo Segreto di Satira torna e lo fa in grande stile, puntando al cinema. Domino 23 è infatti uno special satirico unico che – dopo un tour nelle sale del circuito Anteo milanese – sta ora viaggiando in tutta la penisola, raccogliendo consensi. Più di trenta – tra attori/attrici e comici/comiche – hanno composto un mosaico che vuole mettere ulteriori dubbi in un presente già molto incerto. Ne abbiamo parlato con lo sceneggiatore e autore Andrea Fadenti.

Siete nel pieno del tour italiano, come sta andando? Sicuramente Domino 23 è un format ibrido.
«È un tipo di format particolare. Ogni volta che facciamo una proiezione in sala, prima del film facciamo un saluto e la prima cosa che diciamo è Siete venuti al cinema, ma quello che state per vedere non è un film. In primo luogo per la durata, perché parliamo di un prodotto che arriva all’ora scarsa ma che è stato volutamente pensato così. E poi non ha una narrazione canonica da film, ma è formato da dodici tasselli. Sono dodici video indipendenti che si intersecano uno dentro l’altro. Da qui, appunto, il nome Domino».

In che modo questi dodici tasselli sono collegati tra loro?
«Pur essendo indipendenti l’uno dall’altro, guardando il prodotto dall’inizio alla fine, si dovrebbe avere – o almeno speriamo sia così – un flusso di coscienza, che ti fa capire perché tutto sia stato confezionato e montato in questo modo. Per noi è stato bello, perché è stato come riprendere quello che abbiamo fatto all’inizio: formati brevi di video di varia natura per il web. Li abbiamo però inseriti in un prodotto che potesse avere la dignità per la durata di un’ora. Abbiamo giocato sul linguaggio del cinema, dei documentari, dei social network. È tutto il nostro mondo, ma speriamo di aver portato un’evoluzione che parte da dodici anni di percorso. Dodici anni di percorso per dodici tasselli, è una casualità ma alla fine tutto torna».

Il Terzo Segreto di Satira e Domino 23: web e cinema, due linguaggi differenti

Cambiare il linguaggio, in questo senso, ha rappresentato per voi una sfida? Anche positiva.
«Assolutamente, le sfide sono state diverse. La prima è che, in un periodo in cui siamo tutti a casa a guardare contenuti brevi o messi a disposizione dalle piattaforme, abbiamo portato avanti l’idea di fare cinema. Non è facile riempire la sala e invece ci siamo riusciti. Se non era piena, c’era comunque un buon numero di persone. E, soprattutto nelle città di provincia, i cinema festeggiavano per aver avuto 50 persone. Avevano comunque un significato. Finora abbiamo portato a casa questa sfida».

Altre sfide?
«Sul linguaggio lo spettatore non si fa molte domande. È abituato a vedere tantissime cose, le definizioni sono più problematiche per gli addetti ai lavori. Quindi più che spiazzare lo spettatore, la vera sfida è stata scherzare su tematiche un po’ diverse da quelle su cui abbiamo scherzato sempre. Penso al partito, al PD, a Renzi, Forza Italia, la Meloni. Abbiamo voluto parlare di dinamiche legate alla società. Dall’inclusione ai migranti, dai governi al politicamente corretto. In giro c’è una battaglia tra tifoserie ed è stato molto bello portare temi delicati che abbiamo affrontato spingendo l’acceleratore sulla comicità. Fino ad ora il pubblico ha recepito quello che volevamo dire. Avevamo paura di metterlo sul web perché sarebbe stato apprezzato o criticato e non avrebbe generato confronto. Al cinema invece succede e questo ci rende tre volte tanto felici».

È uno spunto molto interessante. Forse sul web c’è una lettura più leggera?
«Assolutamente, ma più che leggera direi polarizzata. Proprio da tifoserie. Tendenzialmente nessuno si sposta dalla propria posizione. Se invece hai avuto voglia di andare al cinema, vuol dire che sei predisposto ad ascoltare e a metterti dubbio. Questo porta a un confronto che parte anche da domande provocatorie. Non è semplice parlare di inclusione in uno sketch satirico, chi vuole avere una lettura semplicistica potrebbe non capire dove stiamo andando a parare. Al cinema hai modo di far emergere la tua onestà intellettuale ed è stata compresa anche da chi magari non ha apprezzato».

Web e polarizzazione

In quest’epoca di polarizzazione, per voi il lavoro è più semplice o più complicato? Avete magari un bacino più ampio di temi da trattare però con più attenzione.
«Secondo noi è più interessante. Nelle interviste molte volte il giornalista di turno cerca di farci dire la frase Non si può più dire niente. Secondo noi è una grandissima fandonia. Se decidi di affrontare temi delicati però e metterci il carico da 90, devi approfondire e fare un ragionamento che magari prima potevi evitare di fare. La vera sfida non è auto-censurarsi, ma dire quello che si vuole – come si deve fare su qualsiasi argomento – prendendosi la responsabilità di farlo bene. È una spinta a dare tutti il meglio. Se la gente non va al cinema forse è perché non ci sono bei film».

Anche questo è uno spunto interessante.
«Chi fa questo mestiere deve provare a dare qualcosa di più nel proprio settore. È l’autore, il regista o il comico che deve fare di più. Non certo il politicamente corretto che ti dice cosa fare. Questo è un grandissimo dito che copre la luna».

Un’altra problematica potrebbe poi essere quella di non uscire mai dalla propria bolla.
«Concordo. Noi viviamo tutti a Milano, lavoriamo qua e conosciamo molte persone che fanno un mestiere simile al nostro. Non è facile rendersi conto di quanto sia grande la tua bolla. Non solo online, ma anche nella vita privata. Uscire da queste bolle, fittizie o meno, ti permette di capire qual è il paese reale e di cosa stiamo discutendo. Magari è una tematica molto sentita, ma è difficile percepirlo se non si esce dalla torre d’avorio. Vale per i comici, per i pubblicitari e soprattutto per i politici che, se non sanno cosa succede in strada, non hanno contatto col popolo. È banale dirlo, ma è così».

Il futuro della satira

Secondo te quindi la satira è viva e combatte insieme a noi.
«Lo spazio c’è tra il pubblico, così come gente che apprezza un certo tipo di comicità rispetto a quella leggera. Non parlo di serie A o serie B, ma di contenuti. L’impressione è che non la vediamo più in tv, perché è cambiato il panorama televisivo comico. Noi siamo nati negli anni ’80 e ci ricordiamo Mai dire Gol o i programmi della Dandini. Quei programmi corali piene di brigate di comici e imitatori: in una varietà del genere c’era il comico più leggero e quello più forte. La satira in fondo secondo noi è parlare in modo intelligente delle cose. Se ci fossero più occasioni per vederla, il livello sarebbe molto più alto. Poi c’è internet, dove si ha la libertà di fare ciò che si crede. Forse la satira sta bene al cinema perché serve un ascolto più educato e nel web e nella tv non c’è più posto. Anche per questo è bello provare strade nuove».

Vi piacerebbe quindi proseguire su questa strada?
«Domino 23 è nato con l’idea di realizzare una serie limitata di proiezioni per capire come venissero percepite in Italia. Se dovesse prendere piede, potrebbe avere senso dare una seconda o una terza vita a questa distribuzione. Nasce per questo motivo, ma non metterlo online sarebbe un peccato».