Lo scrittore Don Winslow: “Razzismo? Giusto abbattere statue” 

Lo scrittore americano Don Winslow si dice d’accordo con il movimento che sta abbattendo statue in tutti gli Stati Uniti in nome della giustizia sociale. […]
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Lo scrittore americano Don Winslow si dice d’accordo con il movimento che sta abbattendo statue in tutti gli Stati Uniti in nome della giustizia sociale. Lo spiega lo stesso Winslow in un’intervista a ‘Sette’ del Corriere della Sera. “Se penso a quelle confederate per me rappresentano dei traditori. Quando i miei amici del Sud mi dicono che difendevano i diritti degli Stati, rispondo che si battevano per il diritto di mantenere di tenere altre persone in schiavitù”, sottolinea lo scrittore aggiungendo che “può essere complicato guardare alla nostra storia, come nel caso di Cristoforo Colombo ma penso che sia arrivato il momento: siamo nel 2020, ed è ora che realizziamo come la presenza di queste statue e monumenti sia dolorosa per altre persone”.  

“La questione razziale va avanti da 400 anni e non da otto minuti e mezzo” dice poi Winslow riferendosi al caso di George Floyd, il 46enne nero morto soffocato durante l’arresto a fine maggio in Georgia. “Penso che sia un errore – spiega – isolare la polizia dalla società quando parliamo di razzismo: gli agenti non vengono da Marte, li reclutiamo fra la popolazione. Solo perché mettiamo qualcuno dentro a una giacca blu, non significa che si comporterà diversamente dagli abitanti di una città, di uno Stato, di una Nazione. Per questo non risolveremo mai il problema del razzismo nella polizia finché non affronteremo quello, più grande, del razzismo nell’intera società”, evidenzia lo scrittore rimarcando però di non accettare “la scusa delle mele marce nella poliizia. Penso ci sia razzismo sistemico nei dipartimenti. Prima però è nella società, poi si riflette sulla polizia”  

Più in generale Winslow osserva che “stavamo facendo progressi poi è arrivato questo tizio alla Casa Bianca. Per me tutto quello che sta succedendo – le tre crisi epocali in corso negli Stati Uniti: sanitaria, economica e sociale – è come la manifestazione fisica di una malattia spirituale, come se il Paese fosse stato malato per tre anni e mezzo e poi fosse esplosa la febbre”. “Penso che stiamo vivendo tempi straordinari e, anche se non è così forte credo di dover far sentire la mia voce” dichiara Winslow, e poi sottlinea: “In America negli ultimi tre anni e mezzo, abbiamo avuto un’amministrazione che avanza ogni giorno più velocemente verso il fascismo. Grazie al Covid abbiamo una disoccupazione di massa, e per lungo tempo abbiamo avuto disuguaglianze di reddito”. Il presidente Trump, aggiunge lo scrittore, ha toccato “qualcosa che era dormiente e ha legittimato quel sentimento di paura” sottolineando che “c’è una sola questione in questa elezione: liberarsi di lui. Questa per me è l’elezione più importante dal 1860 – quella che portò alla presidenza Abramo Lincoln – e non so se questo paese può reggere altri quattro anni così. Biden mi piace è una brava persona”. Winslow sottolinea che “se lo compari all’aspirante dittatore che si trova alla Casa Bianca, ora abbiamo bisogno di decoro e di qualcuno che creda nella democrazia”