Libri: il Neruda di Ruggero Cappuccio tradotto in cinese 

‘La prima luce di Neruda’ di Ruggero Cappuccio, dopo il successo di vendite, esce in edizione economica Feltrinelli e viene persino tradotto in cinese. Ma […]
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‘La prima luce di Neruda’ di Ruggero Cappuccio, dopo il successo di vendite, esce in edizione economica Feltrinelli e viene persino tradotto in cinese. Ma cosa ha sedotto il Paese della Grande Muraglia? “Il libro in Cina incontra il mondo della libertà sommersa – racconta all’Adnkronos lo scrittore e regista, da quattro anni direttore del Napoli Teatro Festival Italia che ripartirà il 1° luglio con 130 eventi.- La Cina ci offre un’immagine di sé compatta e granitica, ma noi sappiamo che proprio laddove i popoli sono maggiormente oppressi il desiderio di libertà è fortissimo. E siccome questo libro parla di un poeta che si è battuto tutta la vita per la libertà e che è morto pochi giorni dopo la destituzione di Allende in Cile, evidentemente una parte dell’editoria cinese sa che questo tipo di libro incontrerà i desideri sommersi dei cinesi”. 

“I popoli che sopportano la dittatura trovano in un poeta come Neruda un paradigma umano, cioè trovano la persona che si è battuta per la libertà in momenti complicatissimi – osserva Cappuccio – Neruda, lo voglio ricordare, nel ‘52 fu fermato a Napoli, poi accompagnato a Roma dove avrebbe dovuto prendere un treno per la Svizzera perché il nostro ministro Scelba aveva firmato un decreto di espulsione del poeta dall’Italia. Ma a Roma alla stazione migliaia di persone tra cui la Morante, Moravia, Guttuso, Carlo Levi bloccarono la polizia. Ci furono tafferugli. Arrivò un fonogramma che sospese l’espulsione e Neruda rimase in Italia ospite di Edwin Cerio a Capri assieme alla sua Matilde Urrutia. Oltretutto, in quel momento poteva essere solo ospitato, perché non aveva denaro, non aveva risorse, non aveva modo di sopravvivere. Il paradigma di un uomo così, quindi, chiaramente interessa moltissimo un popolo che sopporta non da ieri ma da moltissimo tempo una serie di omologazioni, vessazioni, sorveglianze che sono difficili da accettare”. 

“Da quando Cappuccio è direttore artistico del Napoli Teatro Festival una sezione della rassegna è dedicata alla Letteratura che ha ospitato in passato tanti Neruda della nostra epoca: “Una scelta significativa che fa parte di un progetto organico – spiega – Noi sappiamo che i primi poeti del mondo sono stati i primi narratori del mondo, ma anche i primi attori del mondo. Tant’è che generalmente un poeta nella Grecia antichissima, parliamo della Grecia di Omero, sapeva sempre suonare uno strumento e quindi accompagnava le sue narrazioni anche con la musica”.  

“In questi ultimi 50 anni abbiamo avuto molti esperimenti incrociati nella scena di tutto il mondo: molti testi poetici e lo stesso vale per i testi narrativi sono diventati lavori teatrali – sottolinea il regista – Un esempio per tutti è il famoso ‘Pasticciaccio di via Merulana’, messo in scena da Luca Ronconi. Ma ci sono stati tanti lavori teatrali tratti da Dostoevskij così come da Stendhal e tanti altri autori. Spezzare, quindi – fa riflettere lo scrittore – è un vizio specialistico di quest’epoca. Spezzare le specificità, spezzare le intese, interrompere le comunicazioni, è uno specialismo che ci fa venire in mente un po’ lo specialismo micro scrupoloso della medicina, diventata ormai un gioco di palleggi: si va da un medico che ci manda da un altro medico che ci manda da un altro ancora , passando per vari radiologi e così via”.  

“Anche la cultura ha subito nell’ultimo cinquantennio questa interruzione di fluidità e ormai siamo abituati a pensare le cose in maniera separata. Uno dei danni maggiori che la scuola italiana ha compiuto negli ultimi 60 anni – approfondisce Cappuccio – è l’interruzione delle comunicazioni culturali. Quando noi andiamo a scuola e studiamo il teorema di Pitagora, pensiamo che quel Pitagora del secondo teorema sia un Pitagora diverso da quello che studiamo in filosofia e che parla della trasmigrazione delle anime. Oppure, quando studiamo in geometria il teorema del fascio di rette parallele di Talete abbiamo l’impressione che sia un signore diverso da quello che studiamo in filosofia e che parla della liquidità come principio dell’universo. Invece sono le stesse persone. E questo è già un primo danno perché noi ovviamente non riusciamo ad avere una visione unitaria della cultura”.  

“In un panorama così complesso, per quel poco che un Festival può fare – dice il direttore artistico – rivendicare una unitarietà delle arti è una cosa importante, anche perché quando si fa un lavoro teatrale si incontrano le persone che hanno scritto il testo, le persone che devono dirigere il testo, le persone che devono recitarlo, i musicisti che devono interagire con il regista, i costumisti che devono inventare gli abiti per coloro i quali attiveranno il testo. Il teatro è, quindi, tradizionalmente il crocevia di tutte le arti. In passato peraltro c’era il melodramma. Guttuso faceva scene per spettacoli teatrali così come Picasso e oggi Paladino. Rivendicare il privilegio dell’unitarietà: questo è il messaggio del festival”.